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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Gli ultimi Butteri, un film documentario sul fascino della Maremma

La scorsa rubrica ci ha portato a Siena, per “La ragazza del Palio”. Restiamo in Toscana ed andiamo in Maremma, per un film documentario, appassionante come un action movie, scritto e diretto da un cineasta, Walter Bencini, che di quella zona ha saputo raccontare e restituire la dura e ammaliante bellezza: “ Gli ultimi butteri “. Si sa che la memoria della Maremma è amara, che prima delle bonifiche la malaria la faceva da padrone, che poi è stata vilipesa da una industrializzazione e da una cementificazione ottusa. Però, nei terreni dell’Alberese di cui Bencini racconta, la meraviglia di panorami, tramonti, animali resta straordinaria. Ed è su questo sfondo che Bencini insegue e fa parlare i butteri dell’omonima azienda agricola, che annovera duecento bovine brade, una decina di tori, e uno scarno gruppo di uomini, che di questa realtà si occupano, stando in sella molte ore al giorno.  I butteri che animano il film, e che raccontano la loro vita, dura, faticosissima, ma scelta giorno per giorno con inesausta convinzione, conoscono i loro capi uno per uno, li chiamano per nome, li accompagnano nel loro ciclo riproduttivo. Caterina, Caserta, Caracas, Cantuccia, Cinzia, e tutte le altre manze hanno corna monumentali, occhi liquidi e bistrati, galoppano nel padule in compagnia dei loro vitelli. 
Senza girare attorno alla questione, va subito detto che sono bestie da carne. Che dunque i vitelli, una volta divenuti adulti, verranno venduti e macellati. Ma solo dopo aver vissuto ed essere stati alimentati nel pieno rispetto delle loro caratteristiche. E in assoluta e totale libertà. Tanto che la tenuta, anche per i suoi prodotti agricoli, è un presidio Slow Food. Nella brochure che accompagna il dvd facilmente reperibile, in streaming e distribuito dall’Istituto Luce, è illustrata molto bene l’insostenibile deriva della carne da allevamento intensivo: “nella seconda metà del Novecento il consumo di carne è passato dai 45 milioni di tonnellate agli attuali 250 milioni”. Per sostenere questa domanda, nascono gli allevamenti industriali, veri e propri lager, che oltretutto “contribuiscono in maniera significativa alle emissioni di gas serra, al cambiamento climatico e all’abbattimento delle foreste per fare spazio ai pascoli e alle monocolture da cui ottenere mangimi”. All’Alberese il quadro è diverso, addirittura agli antipodi. E i butteri dell’azienda, che si occupano dei loro bovini, dei loro cavalli da monta,  ne sono  efficaci e convinti testimoni. Anche se fra di loro serpeggia la consapevolezza di essere gli interpreti di un modo di allevare ormai pesantemente minacciato. Non solo dalla pressione degli allevamenti intensivi, dalla ottusa gestione del territorio, ma anche dalla difficoltà di reperire il cosiddetto “capitale umano”. All’ultimo bando per trovare personale si sono presentati solo dodici aspiranti. “E forse ce n’era uno solo, adatto”. Senza contare che dopo un anno, o magari due, c’è chi molla perché la durezza di quella vita lo ha stancato. Senza mitologia, senza retorica, i butteri si raccontano: Alessandro Zampieri, ormai alla vigilia della pensione; il giovane agronomo Giacomo Pani, che ha scelto quella vita perché “al chiuso non ci so stare e perché amo i bovini”, il caposquadra Stefano Pavia, esperto della doma, che ripete più volte “ un cavallo lo convinci al lavoro con il rispetto e non con la forza, altrimenti avrai sotto la sella un soggetto rigido, con cui lavorerai sempre male”. E le loro voci, dall’inconfondibile accento toscano (anche se i loro nonni sono spesso arrivati in Maremma dal Veneto, per popolare quelle terre appena bonificate) contrappuntano una serie di riprese di grande fascino, scandite dal ritmo delle stagioni. Solido documentarista, presente coi suoi molti lavori a importanti festival internazionali, Bencini firma un documentario che è anche un prezioso documento di una realtà minoritaria che non deve essere minacciata. Lo fa senza mai ricorrere allo speakeraggio, ma lasciando che siano le voci degli uomini a raccontare difficoltà, fascinazioni e bellezze. E anche tutte le strategie necessarie per non farsi incornare dal toro Aiace, mille e cento chili di peso, che “se non gli garba, ti carica senza pensarci due volte”.  Nelle glorie del passato, ma comunque sempre ricordate con orgoglio, si annovera la sonora sconfitta che i butteri di inizio Novecento, capitanati da Augusto Imperiali, inflissero a Buffalo Bill, venuto in Italia in tournée con i suoi cow boy. Oppure il ricordo del capobuttero Augusto Imperiali, o di Mario Petrucci, in sella al suo cavallo Marengo.
 Bencini, che è anche direttore della Fotografia ci offre una Maremma - a volte inquadrata dall’alto, come se a guardarla fosse l’occhio del cielo- che non lascia indifferente, arrivando dritta al cuore di chi guarda questo film. E che vale un piccolo viaggio: la tenuta dell’Alberese, i suoi tramonti violetti, i falaschi sulla spiaggia, e anche le sue strutture ricettive, ha in questo documentario, un efficacissimo e fascinoso biglietto da visita.