METTENDO GIÙ queste pagine su quello che è stato il giornalismo ippico negli ultimi 30 anni, è inevitabile focalizzare e comprendere appieno come il vero perno della triangolazione redazione, ippica e ippodromo sia stato quest’ultimo, intendendo per tale non tanto il teatro degli eventi agonistici quanto il punto d’incontro dei colleghi, chiamati a raccolta dall’evento, concentrati in quel piccolo girone dantesco che è la sala stampa. L’ippodromo è il corpo che da vita a tutto, e la sala stampa è il suo ombelico, il punto dove nasce e muore il gorgo, dove tutto si concentra, viene visto, raccolto e sputato fuori, più che digerito, poiché la digestione è un fatto lento e laborioso, mentre in sala stampa tutto è istantaneo e trasformato in titolo prima ancora d’essere raccontato. Hanno tutti fretta di fare qualcosa, sanno tutti qualcosa che non dev’essere detto in pubblico, tutti hanno diritto di storta verso tutti. Un girone dantesco, insomma, ma anche una straordinaria rassegna d’umanità, nella sua caleidoscopica composizione. Poveri quegli ippodromi che non la curano, che non la blandiscono, che la dimenticano. Saranno prima o poi trascurati e dimenticati loro stessi e rischieranno di smettere. Perché se è vero che la morte è soprattutto la fine della crescita prima che la fine della vita, è anche certamente vero che nella sala stampa lo sport cresce e dunque lavora per il suo futuro, anche grazie a personaggi stravaganti e improbabili.
LE PRIME VOLTE che frequentai la sala stampa di Tor di Valle, che prima della ristrutturazione era antistante ai bagni della tribuna e molto piccola, c’era Fred Landes, un tedesco che di sicuro aveva schivato fortunosamente un certo periodo confuso post bellico, per venire a svernare da noi. Più della sua opera, ricordo il suo atteggiamento farcito di detti e proverbi pieni di buon senso. Nessuno, credo, si sia mai interessato a dove lavorasse, ma il fatto d’aver portato Gerhardt Kruger alla Scuderia Santipasta gli ha riservato uno strapuntino d’onore nella nostra arca di gloria. Alle Capannelle c’era spesso Alessandro Perrone, scuderia Hermes (cioè il quotidiano “Il Messaggero”…), già ai suoi ultimi anni di salute. Ovunque impazzava Sebastiani, in perenne disputa con Flaminio Coppotelli e Carlo Biffi, cui è dedicata l’attuale sala stampa di Tor di Valle. Tutti erano quotidianamente oggetto degli scherzi e delle battute del clan Giubilo. Alberto, il più signore e il meno presente, raccomandava sempre di giocare i pesi alti alle Tris di galoppo e i numeri doppi a quelle del trotto. Giorgio era il vero cervello, assieme al figlio Andrea, dell’Eco della Pista, il programma dei due ippodromi. Alberto Giovannini, direttore del Giornale d’Italia, raccontava sempre che quando la sua figlioletta fu presentata al presidente Saragat, quest’ultimo le disse: “Tuo papà è in gamba, peccato sia di destra…”, sentendosi rispondere un “Mai abbastanza, presidente” che lo lasciò letteralmente di sasso. Se Alberto avesse saputo che da lì a pochi anni avrebbe fatto società con Andrea Barbato, compagno direttore di Rai tre, al galoppo, sotto l’egida del geometra Costa e della sua compagna dal generoso decolletè, ribattezzata subito “Miss Poppett”…
Quello che è strano è che, per la legge dell’omertà, nessuno in sala stampa, allora, parlasse mai esplicitamente di movimenti di gioco, di dritte o di molle, ma sempre e soltanto di vita. E, alla fine, la cosa che ricordo meglio degli ammonimenti di Giovannini è la sua teoria sulle donne brutte, le uniche capaci, secondo lui, di donarsi completamente a qualunque tipo d’amore.
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QUALCHE ANNO PRIMA di quel fatidico 26 dicembre 59 in cui aprì Tor di Valle (io ero lì con mio padre, Alberto fece una diretta epica sulla Rai in bianco e nero, con il Tevere ad occupare mezza pista dopo l’allagamento), quando c’era Villa Glori destinata a chiudere per la costruzione del Villaggio Olimpico delle Olimpiadi del 60, Michele Galdi s’era specializzato, lui che lanciava le cronache per la telescrivente, nell’annotare i cavalli che avrebbero potuto vincere le varie corse e che non c’erano riusciti per mera sfortuna. L’operazione gli permetteva di investire piccole somme su di loro alle uscite successive e di raggranellare spesso qualche lira. Bene, nella sala stampa di Tor di Valle, ancora si parlava dei bei tempi andati con rimpianto, ed oggi, cinquant’anni secchi dopo (vorrei sperare che l’ippica ricordi adeguatamente l’anniversario, proprio ora che l’ippodromo rischia di fare la fine di Villa Glori per far posto allo stadio della Lazio…) ancora si parla dei bei tempi andati in cui con l’ippica si poteva ancora vincere un bel po’ di denaro giocando pochi soldi grazie all’ambone o alle accoppiate, mentre, ahinoi, oggi tra V7 e quintè ti devi svenare per giocare un sistema che offra almeno un minimo di possibilità di divertimento. Non di vittoria…
OGGI, passata quasi una intera generazione di Giubilo (Valerio è il dirigente tecnico dell’ippodromo) , scomparsi Coppotelli, Biffi, perfino Alfredo Ferruzza celebre per le sue telefonate fiume verso ogni dove, Giorgio Tosatti, Ezio De Cesari e tanti altri, la sala stampa mantiene comunque la sua aria cosmopolita. Grazie a Zibì Boniek, verrebbe da dire, o a Gerard Forni. Ma anche grazie a Lillo Pietropaoli ed a Beppe Berti, decani che hanno visto il mondo e non mancano di raccontarlo, ad Ignazio Scardina ed ai suoi memorabili calzini, ed ai suoi variopinti ospiti che contribuiscono generosamente alla colonna sonora della stanza. Nomi e nomignoli hanno preso, negli anni, il posto dei dati anagrafici (e questo accadeva anche 30 anni fa). Il sound contemporaneo parte da una base di cronache telefoniche di Rolando Luzi, sulla quale viene immessa una cantilena ritmica composta, a più voci, da Pietropaoli, dal Gatto Nero, dai pizzettari, da Gino il moro, con grandi assolo di Mauro Sbarigia e, naturalmente, del sottoscritto. Ogni tanto Berti batte le mani quando non si capisce più nulla, l’audio si abbassa per qualche attimo, ma poi riprende ancora più forte. Caldani, fotografo di scena, farebbe molti più soldi come tecnico audio…
DIVERSA la situazione al galoppo, Capannelle ha una sala stampa logisticamente adiacente alla postazione dei Commissari e del giudice d’arrivo, è dunque evidente che offra privilegi lavorativi fenomenali per la categoria, sempre frequentata, ai dì di festa, da ospiti internazionali e da prestigiosi addetti ai lavori. Da quando Luciani coltiva altre ambizioni, Mario Berardelli è il signore incontrastato ed egemone del luogo, avendo brevettato un originale stratagemma per la difesa del territorio: impedisce a terzi l’apertura dell’aria condizionata, spingendosi a tutto pur di impedire rimostranze (è sempre sul punto di esibire una recente ricerca che inchioderebbe l’a.c. a serie responsabilità per ogni tipo di malattie, con particolare riguardo per le categorie a rischio come sono, sembrerebbe, i giornalisti). Fatto sta che il soggiorno a lungo termine è sostanzialmente inibito agli umani, tanto più che se ne è andato da poco purtroppo Ferruzza, disposto anche alla sauna pur di godere della vicinanza di un telefono. Sicchè i vari Viggiani, Galdi, Pietropaoli, Tonali etc. sostano più volentieri al piano del bar e delle televisioni, una club house vero e proprio ombelico dell’ippodromo e del galoppo italiano, oppure alla cosiddetta Terrazza Derby.
8 - continua
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