Gli anni d'oro della stampa ippica / 4

UNA PUNTATA a parte (ma ce ne vorrebbero molte..) vorremmo dedicarla alle dinastie dell’ippica scritta e raccontata. Vincenzo e Rodolfo “Rudy” Galdi, senza i quali Cavallo 2000 non sarebbe neppure esistito, aprono la sfilata per motivi di riconoscenza. Di loro si è già parlato in queste puntate, e le schioccanti battute di “Vip” (viperetta…) Vincenzo ricorreranno spesso. Resta da dire delle estemporanee gare di dattilografia con le Olivetti regolamentari in redazione: non solo occorreva scrivere 20 righe senza errori, ma occorreva farlo anche conversando con il vicino o al telefono… Rudy vinceva sempre, io ero sempre piazzato. Resta ancora da dire di Michele, il fratello di Vincenzo e zio di Rudy, che era (è mancato da poco dopo una vecchiaia lunga e serena nel buen retiro di Follonica) un personaggio, il vero adattamento italiano dei cronisti dell’epoca di Walther Matthau e Jack Lemmon, sempre soft nell’atteggiamento, un eterno sorriso figlio di una sigaretta ormai simbiotica con le pieghe del viso, lampi di amarcord che valevano ciascuno un libro illustrato e tanta esperienza da tirar su tre o quattro redazioni. Ora la dinastia continua con il figlio di Rudy,  Andrea,  bella firma di Repubblica e con Marco Galdi, figlio di Michele, da sempre all’Ansa.
Anche il clan dei Berardelli, che percorreva le ardue strade della dirigenza degli enti e delle categorie, guidato da quel sempre rimpianto personaggio che fu l’immenso Guido (tre cose per ricordarlo:  costruì e vendette Nuccio all’Aga Khan senza essere né Tesio, né De Montel e nemmeno Visconti, inventò la Tris e azzeccò la prima giocata, pattugliò anche nottetempo le stanze della politica finchè non tolsero il mortifero decretone degli anni 70) che tutti noi chiamavamo per il misterioso fluire della sua energia “il fachiro”, anche  il clan dei Berardelli, oltre ai figli Stefano e Alessandro e al nipote Guidino, affidò qualcosa alla stampa ippica, cioè suo nipote Mario Berardelli. Rifuggiva la vita di redazione, provenendo dall’Anac di Arcari, era articolista e commentatore, poi. Dopo il terremoto dell’86 prese in carico la rubrica di Capannelle di cui ora è il cronista per la teleippica. Amava le apparizioni mondane, e azzardò una partecipazione al fantasmagorico torneo interaziendale di calcio, cui presero parte ruvidi linotipisti, precisi correttori di bozze, alternativi atleti di Repubblica e professionali colleghi del Corriere dello Sport, che si portarono al seguito un ex arbitro radiato ma ancora in possesso della divisa regolamentare. L’intero girone del torneo, cui Cavallo 2000 partecipò con una squadra tirata su in maniera frettolosa (Grani era il Lippi della situazione e gli somigliava anche…) ma che coltivava molte ambizioni, merita evidentemente una puntata a parte.
Prima di parlare della grande stirpe della stampa ippica e non, ovvero la famiglia Giubilo, due note anche per Beppe e Gianni Berti e per Gabriele e Salvatore Tramontano.
Beppe è sempre stato un animale da Rai, la sua carriera è stata legata al calcio e all’automobilismo, sport che seguiva con tanta passione al punto da vedersi assegnata la direzione della massima testata giornalistica della televisione. Erano gli anni di Barendson, suo amico fraterno, di Martellini, di Paolo Valenti, di una Domenica Sportiva in cui spadroneggiava con la sua fulminante ironia (scriveva i testi di Cochi e Renato, lo sapevate?) Beppe Viola, il più ippico da sempre di tutti noi, l’autore di un memorabile epitaffio indirizzato, per sempre, ai non longilinei fantini di ogni nazione: “nani mal…dovete morire tutti con una chitarra nel c…”, il più genuino sfogo mai partorito da un ippico deluso dalla defaillance del cavallo su cui aveva scommesso troppo. Beppe Berti, da sempre vicino alla famiglia Papalia nell’informazione relativa all’ippodromo Tor di Valle e tutt’ora arzillo in sala stampa,  ci affidò il suo unico figlio maschio, Gianni, una specie di adone baffuto che aveva con le donne una fortuna imbarazzante e tradiva una bonta d’animo  non perfettibile. Dopo pochi anni di spettacolari corse giornalistiche, grandi sfide a calcio balilla e piccanti racconti della non raccontabile vita di scuderia, se ne andò nell’automobilismo all’ufficio stampa dell’Aci. Quando abbiamo appreso la tragica notizia della sua prematura scomparsa, è stato inevitabile pensare che, malgrado tutto, Dio era donna e se l’era voluto riprendere apposta.
Gabriele Tramontano era solare, schietto e spassoso. La sua lunga milizia nel giornalismo storico del dopoguerra aveva contribuito a plasmarlo in un uomo dalle mille risorse, ricco di spirito di adattamento. Le sue battute in napoletano doc restano pietre miliari dei racconti del cazzeggio ippico, così come le sue apparizioni nelle corse per giornalisti (anche questo capitolo sarà lungamente trattato a parte). Suo figlio Salvatore fu uno dei pionieri di Cavallo 2000, ragazzo scontroso e urticante, di idee già scolpite malgrado la giovane età, si godeva poco lo spirito cameratesco della redazione proprio per la sua suscettibilità. Proprio quest’ultima lo portò rapidamente in altre testate, ora è una splendida firma de Il Giornale.
Ed eccoci al clan dei Giubilo: capofila Giorgio, fratelli Alberto, Gianfranco, Corrado, Sergio e Marisa. Marisa e Gianfranco sono gli unici sopravvissuti, anche se Gianfranco dovrà smetterla di incavolarsi così tanto, nei suoi articoli o nelle sue performances televisive, per le vicende della Roma di Rosella Sensi perché ormai gli sbalzi di pressione sono dannosi. I suoi figli, Valerio e Riccardo, sono stati entrambi giornalisti ippici, ma come non ricordare anche Andrea Giubilo, che aiutava il padre Giorgio nella stesura de l’Eco della Pista, il programma di Tor di Valle e Capannelle che fino all’avvento di internet è stato il gioiello di famiglia. Andrea, sotto l’ala di Alberto Giovannini direttore di Momento Sera, mosse i primi passi nella carriera giornalistica e quando il Momento chiuse fu proprio l’Eco della Pista a permettergli di non arrestare il suo cammino professionale consentendogli così di entrare in Rai. Ora, da anni, è vice direttore del TG1 e tutti quelli che prendono il potere si ritrovano la sua mostruosa bravura come valore aggiunto per fare bella figura quando cambiano i direttori.
Valerio entrò a far parte della redazione galoppo nel 79, c’erano già Claudio Icardi detto Icaro e Stefano Celestri detto Chico. A dire la verità Celestri, persona sensibile e dall’indole sognatrice, si mise malauguratamente a sognare anche sul raccordo anulare un giorno, e si infilò, fortunatamente senza grossi danni, sotto un camion. Quando tornò in redazione, un po’ rattoppato, aveva il naso imprigionato in una incerottatura triangolare, da ciò l’inevitabile soprannome di Batman. E per Valerio, che lo assisteva da buon giovane di bottega, l’inevitabile nomignolo accessorio, Robin. Il fratello di Valerio, Riccardo, passò più di un lustro a scrivere per lo Sportsman, poi divenne bookmaker, ma questa è tutta un’altra storia.
Una cosa fu chiara da subito: Cavallo 2000 era come il Grand Hotel, le sue porte erano girevoli sia per l’orario di redazione che per quello del cazzeggio e le persone andavano e venivano che era una bellezza. Uno di questi era Gianmaria Cazzaniga che ci ha lasciato questi giorni e che quando stava a Roma faceva coppia fissa con Ezio De Cesari, suo partner ne “Il processo del lunedì”. La sua passione per i cavalli era notevole, figlia delle scommesse. In una delle sue visite in redazione gli dissi che se andava in sala sarebbe stato il caso di giocare 10.000 lire su Bardeno alla seconda corsa di Tor di Valle. Schizzò via come una molla per timore che la corsa fosse gà chiusa e anziché 10 ne scommise 50, trovando una quota attorno al 10 a 1. Mi telefonò per tutto il mese dopo e non per chiedermi come stavo. Ma di Bardeno ce ne sono pochini in giro…
4) continua

 

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25/08/2009 | Storia Giuseppe Moscuzza
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