Gli anni d'oro della stampa ippica / 3

LA SITUAZIONE delle corse in televisione poteva ricordare gli anni dei pionieri dell’ovest americani. Nel territorio inesplorato ma fertile chi arrivava prima metteva le sue bandiere. La Teleippica rilevò dalla Trenno di Branchini e Van Lennep i diritti televisivi e iniziò la sua espansione, un po’ come emittenza nazionale, per quello che si poteva fare allora, un po’ localmente grazie all’attivismo delle realtà regionali più intraprendenti. Insomma si capivano le potenzialità del business ma nella giungla di allora era ben difficile destreggiarsi. A Roma qualcosa si vedeva su Tele Elefante, ma anche su Tele Roma Europa, a Napoli Luigi Lupo era il pioniere del settore, e fu ripagato del suo entusiasmo un po’ visionario grazie alla vittoria nel Lotteria di Our Dream of Mite.
  Gli uomini della Tv erano gli stessi della stampa, un eterno giro di secondi lavori che ancora oggi detta le sue implacabili leggi economiche. Solo Milano aveva un “editore” mirabile e lungimirante nella famiglia Orsi Mangelli che editava Trotto Sportsman. Il Cavallo prima e Cavallo 2000 poi, con il solo vantaggio delle uscite romane serali (quindi bruciando la concorrenza nazionale nelle edicole del giorno dopo), tentavano di contrastare il treno milanese inventandosi redazionalmente quello che potevano. Il Trotto era la tradizione, Cavallo 2000 la giovinezza un po’ sfrontata e impertinente, anche se estrosa e mai ordinaria. E poi c’erano Grani e Galdi a garantire della assoluta trasparenza dell’editorialità del prodotto: posso giurare davanti al tribunale che mai, in tanti anni di redazione e di fondi politici e tecnici, nessuno m’ha mai spinto a scrivere una cosa piuttosto che un’altra.
 La vita di redazione si divideva in “giorni di partenti” e “giorni senza partenti”, i primi erano quelli dispari, gli altri (ma un bel giorno venne fuori che i partenti del sabato venivano anticipati al giovedì e tutto cambiò) i pari. Al pomeriggio, tutti all’ippodromo di turno dove, attorno alle 17.30, un materassaio claudicante (il grande Amerigo) portava poi il plico, fresco di tipografia, di qualche centinaio di copie che andavano vendute in neppure mezz’ora. Era la stampa a caldo della Stec a dettare i suoi tempi: articoli e programmi (battuti dalla telescrivente Unire) venivano trasferiti ai linotipisti che li trasformavano in piombo caldo, dalle macchine il piombo finiva nelle pagine che per essere lette dovevano essere scrutate come allo specchio, quando non si volevano attendere i tipografi che tiravano rapidamente bozze e bozzoni per facilitare la lettura e le inevitabili correzioni.
 Dalle 10 alle 13 c’era il tempo dei programmi, dei pezzi, dei menabò etc., tutto veniva trasferito in tipografia dove il personale Stec, che al pomeriggio avrebbe curato la stampa del Corriere dello Sport e di Repubblica, si guadagnava il sindacale turno di mattina lavorando per noi e per altri periodici arruolati alla società Stec (da sempre una creatura della famiglia Amodei) proprio per compensare i costi dei turni pomeridiani e notturni. Questo era il segreto economico dell’impresa. La Stec aveva bisogno di noi per dare lavoro alle maestranze, noi avevamo bisogno di loro. Quando, nel tempo l’equilibrio costi e ricavi non fu più tale tutto andò rapidamente a farsi benedire e l’età dell’oro iniziò a diventare qualcos’altro.

COMUNQUE, attorno alle 13, c’era l’esodo ai piani alti dei redattori addetti all’impaginazione mentre altri colleghi più fortunati andavano ai loro giornali del pomeriggio. Ritardando al massimo il tempo di uscita dalla redazione, perché poco dopo le 13 iniziava l’ora del cazzeggio cui nessuno voleva mancare. Nulla di particolarmente piccante, l’alibi era una inevitabile partita di tressette con rivincite varie cui molti colleghi non sapevano rinunciare. Come durante il Giro d’Italia o il Tour de France, alla fine, comunque si arrivava ad un tressette da qualche parte; l’unica differenza erano i chilometri percorsi nella giornata. Per questo, il nostro giornale era di gran lunga da preferire: la rincorsa verso il tressette quotidiano era più breve e meno stancante. La coppia più tosta era composta da Mario Grani con Peppe Pistilli, vice direttore del Corriere dello Sport, che passava da noi prima di andare ad attaccare al giornale. Maida e Palombo(il primo al Corriere dello Sport e poi al Messaggero, il secondo prima al Messaggero e da tempo vice direttore alla Gazzetta dello Sport) erano affiatati, ma accusavano un po’ l’attacco diretto di chi sosteneva d’aver avuto da troppe mani carte troppo brutte e si disunivano, Baccini e Rossi (il primo sarà poi capo ufficio stampa della Ferrari, il secondo darà impulso a Metro e iniziative simili) erano due diesel. Sempre protagonista era Ezio De Cesari, vice direttore del Corriere dello Sport che massimalizzava sempre le giocate (“io con i tre in mano non ci voglio morire” la sua frase più usata) con una deliziosa punta d’accento toscano, ma alla lunga proprio il suo schematismo nel gioco lo rendeva un po’ prevedibile. Io e Luca Bartoli facevamo una discreta coppia, ma la fortuna non ci arrideva mai particolarmente. Va ricordata una comparsata redazionale di un giovane impulsivo, dotato di grande passione ippica, Gerardo Longobardi. Dopo aver vissuto la sua prima giornata a Cavallo 2000, durante il tressette regolamentare che seguiva per testare ulteriormente (a sua insaputa) le sue reali capacità nel settore, si accanì nella tesi che una passata di due di bastoni era stata temeraria ed improduttiva e contestualmente invitato da Grani, che si sentiva ingiustamente (per lui) sotto accusa, ad abbandonare la redazione.
Lo fece, per sua fortuna, ed ora è presidente dell’ordine dei Commercialisti, oltre a fare le tasse all’Unire…
3 - contiua

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18/08/2009 | Storia Giuseppe Moscuzza
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