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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Genova, Camilla e quel cavallo da manovra...

“I CAVALLI DA MANOVRA sono tutti di razza frisone, bestie da mezza tonnellata, infaticabili,  intelligenti, buoni. Vivono con i loro accompagnatori nelle stalle a ridosso della Lanterna e si dice che condividano con loro antiche confidenze e segrete sapienze. Ci sono leggende al riguardo e chiacchiere nelle osterie a non finire; si parla di festini, di donne bellissime, centauri e così via. Non si sa, nessuno entra nelle stalle assieme a loro e agli uomini che li accudiscono. Uomini che sono, quando mai è possibile, giganti più grandi e più forti dei camalli stessi, e al pari delle loro bestie buoni e intelligenti. Un cavallo da manovra muove da solo lungo i binari un carro ferroviario carico per diverse tonnellate di merce, si sposta attraverso decine di scambi senza mai sbagliare,  inserisce il suo traino nelle rotonde della manovra, le fa ruotare per agganciare lo spezzone di binario tangenziale, e consegna il carro al varco ferroviario preciso preciso. Non si è mai sentito per gli scali del porto, nemmeno per le manovre più impegnative, un ordine imposto con la frusta o semplicemente urlato. L’accompagnatore – proprio così è chiamato nei tariffari stampati,  come per ribadire ufficialmente questa inusuale familiarità – non dà ordini alla sua bestia,  ma consiglia quello che è opportuno fare bisbigliando alle orecchio. E il cavallo volge un poco la testa verso di lui, asserisce con meditata calma ‘si può fare e lo farò’, ed esegue. 
Come tutti gli altri lavoratori del porto, i cavalli da manovra fanno una pausa per la colazione. Quando al faro di S. Benigno sale a mezz’asta il grande pallone nero che segnala i cinque minuti a mezzogiorno, mollano qualunque cosa stiano facendo, si fanno sciogliere da basti e catene e trotterellando di buon umore si dirigono alle tettoie, in modo di essere già con il muso tra le biade quando parte il colpo di cannone dal Castellaccio. In questo come nel resto amano essere puntuali. Anche Camilla è molto precisa, anche lei vuole che allo sparo di mezzodì il suo uomo abbia la gamella di minestra tiepida tra le mani. Per arrivarci fa un lungo pezzo di strada lungo i binari di scalo di Caricamento e abitualmente incoccia in qualcuno dei cavalli che se ne sta andando alla biada. Camilla non ha paura di quelle bestie e a volte passa tanto vicino a uno di loro da sentire il caldo del suo fiato. Certo non dà confidenze, e tira di lungo al suo solito passo. In realtà, però,  non è esattamente così.
A ben vedere c’è tra lei e un certo cavallo, un innocente giochino, tanto piccolo e breve che è quasi impossibile notarlo. E’ una cosa che succede ormai da un bel pezzo. Per una combinazione come ce ne sono tante, Camilla e questo certo cavallo finiscono per incontrarsi praticamente tutti i giorni da un po’ di anni. Dispiace,  per inciso,  non poter dare un nome alla bestia che avrà un ruolo così importante nella tragica fine di Camilla, ma in effetti non è noto a nessuno se non al suo accompagnatore e, come è costume nel suo ambiente, quest’ultimo non lo ha mai rivelato. Dicevamo dunque che per qualche ragione le loro vie hanno finito per coincidere in un certo punto, quasi ogni giorno, a quella certa ora. La donna tiene il suo fagotto con le pietanze preparate a casa in una sporta che porta al braccio; il cavallo le si accosta e con il muso spinge un poco contro il suo fianco con l’intenzione di aprire il fagotto o semplicemente di odorarne il contenuto che trova certamente di suo gradimento. Il cavallo fa tutto ciò con grande delicatezza; è davvero un gioco, e non è mai successo che ci fossero dei danni al contenuto del fagotto, né che ad Alberico fosse mancata anche una piccola parte della colazione.
Camilla non si ritrae, evidentemente gioca anche lei, e lascia che la bestia faccia il suo comodo per un paio di secondi, poco più. Poi con uno scarto deciso sposta il cestino nell’altro braccio,  e a quel punto le strade dell’animale e della donna tornano a divergere. Tutto qui, nient’altro. Ecco il grande sollazzo che si concede Camilla portando da mangiare a suo marito. Se non avesse d’inverno lo scialle e d’estate il fazzoletto stretti sulla bocca per proteggersi dalle polveri del porto, forse si saprebbe se la donna sorride, certo il cavallo lo fa, perché lo si vede bene tirare su la testa e arricciare i labbri per dare aria ai suoi enormi dentoni”.

Maurizio Maggiani – La regina disadorna – Feltrinelli 1998