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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Fu anche un cavallo azzurro ad abbattere i muri della segregazione

FRANCO, VITTORIO E GIULIANO stanno tutti e tre in manicomio. Per ragioni diverse, dicono. Però, a sentirli parlare, non si direbbe che queste ragioni siano, poi, così tanto diverse. Comunque lasciamo andare, perchè adesso sarebbe troppo lungo, e anche complicato, spiegare come fanno ragioni diverse ad esserlo meno di quanto sembri. Fatto sta che tutti e tre vivono in mezzo ai matti. O meglio: uno, Franco, ci vive da sempre, e continuerà finché campa, perché l’ha scelto per mestiere.  Fa il medico dei pazzi, lo psichiatra. L’altro, Vittorio, ci sta in mezzo da un po’ perché, d’accordo con Franco, vuole sperimentare qui, nel manicomio di Trieste, un laboratorio di cose artistiche. E l’altro ancora,   Giuliano, perché anche lui vuol tentare in questo posto nuove forme di animazione teatrale. Vittorio di mestiere fa il pittore e  lo scultore; Giuliano,  il regista e lo scrittore.
Tutte e tre, Franco, Vittorio e Giuliano, pensano che i desideri, le emozioni, le fantasie, non siano cose campate in aria, ma caratteristiche fondamentali di ogni essere umano, a qualsiasi cultura e a qualsiasi tempo appartenga e ovunque si trovi. Anche in manicomio.
Poi pensano pure che, invece, l’idea di malattia mentale, questa sì, sia davvero campata in aria. Cioè, loro sono convinti che nella società avvengano cose che, come in una commedia, somigliano al gioco delle parti. Ci sono gli svitati a cui tocca il compito di mettere paura e gli avvitati che,  invece, hanno il sacrosanto diritto di aver paura degli svitati. Allora per far passare la paura agli avvitati, gli svitati devono essere rinchiusi in posti dove non danno fastidio a nessuno. E’ anche per il loro bene, dicono gli avvitati. Perché in manicomio gli svitati sono liberi di cantarsela e suonarsela come gli pare. E questo è un fatto di fondamentale importanza per la convivenza civile,  perché così anche gli avvitati si sentono più tranquilli, più liberi, di lavorare, produrre, mettere su famiglia e praticare le regole dell’ordine e della fede, che sono poi i sani principi che consentono a tutti di vivere d’amore e d’accordo con la legge e con la propria coscienza. Che, se poi, legge e coscienza te li ricombatti in un tutt’uno, è pure meglio. Ci guadagni in tanti fastidi e problemi inutili in meno.
ECCO, LORO PENSANO che questa separazione fra svitati e avvitati si chiami, in realtà, segregazione. E  che il manicomio sia come una specie di pozzo nero dove la società nasconde le cose sporche che essa stessa società produce. Con la differenza che, in questo caso, non si tratta di cose, ma di esseri umani. Franco pensa che i muri del manicomio debbano essere abbattuti per restituire agli uomini e alle donne che ci stanno rinchiusi diritti e status di cittadini. Per questo obiettivo Franco si dà da fare con gli strumenti della sua scienza e con la coscienza del suo fare politico. Vittorio e Giuliano sono dello stesso parere e pensano che le loro arti debbano servire alla stessa cosa. Perché pure nelle menti degli avvitati ci sono muri da abbattere.
Giuliano di cognome fa Scabia. Cosa curiosa, Franco e Vittorio il cognome ce l’hanno uguale: Basaglia. Forse sono anche parenti, magari alla lontana. Ma di questo, a nessuno dei due importa niente. E’ da altro che si sentono uniti.
Un giorno, siamo nel 1973, Vittorio e Giuliano cominciano a far funzionare i loro laboratori artistici dentro il manicomio di Trieste. Franco, lì dentro, è direttore già dal 1971.

Mentre Giuliano immagina scenari, situazioni, dialoghi e monologhi, Vittorio, dal canto suo,  comincia a costruire un grande cavallo in carta pesta. E’ grande davvero, non per modo di dire. E’ grande perché, a mano a mano che lo tira su, gli svitati che gli girano attorno, un po’ incuriositi e un po’ intimoriti, suggeriscono a Vittorio che cosa dovrebbe rappresentare quel cavallo, a cosa dovrebbe servire. Per esempio, la pancia deve essere per forza grande perchè dentro devono trovare posto tutti i sogni che uno deve essere libero di avere. E poi le gambe devono essere lunghe perché deve galoppare veloce come il vento verso tutti gli orizzonti. E poi il collo deve essere alto e gli occhi grandi perché deve vedere lontanissimo, fin dove nessun occhio umano può arrivare. E poi deve avere una schiena tanto larga da far salire in groppa tutti quelli che non hanno paura di saltare oltre, dall’altra parte.
Loro, i matti, lo sanno che esiste un oltre dove ci sono posti, e ognuno di loro il proprio ce l’ha già dentro gli occhi, senza cancelli chiusi con le catene e senza stanze piccole, buie e fetide. Posti dove uno può camminare sempre in avanti, senza fermarsi mai e che, quando è stanco, si può addormentare di stanchezza buona, senza che nessuno ti gridi dentro l’orecchio né per dirti che ti devi addormentare per forza né per dirti che ti devi svegliare per forza, se no sono guai.
Se in quei posti ci si può andare con questo cavallo, allora vuol dire che questo cavallo non è un cavallo qualsiasi. Lo si capisce dal colore: è azzurro. Ha il colore del cielo che non finisce mai. E il nome? Come lo chiamiamo? Beh, il nome già ce l’ha. E’ un cavallo, dunque si chiama cavallo. Sì,  ma è speciale. Non può chiamarsi come un cavallo qualsiasi. Ci vuole un nome particolare, che sia grande e forte come lui. Lo chiamiamo ‘Marco’, che deriva da Marte, che è il dio che non ha paura di nessuno. Ecco, lo chiamiamo Marco Cavallo.
MARCO CAVALLO è stato costruito in manicomio, ma non è stato concepito per stare in manicomio. Deve andare fuori, deve andarsene in giro. E se non passa attraverso il cancello, se i muri sono troppo stretti per farlo passare,  non vuol dire che lui è troppo grande. Vuol dire che sono i muri che devono essere abbattuti per farlo passare.
Marco Cavallo viene portato per le strade di Trieste, con dietro il corteo dei matti a far festa. I triestini sono allibiti, qualcuno si rintana in casa, qualcun altro vuol capire cosa sta succedendo. Cosa è, cosa vuol dire tutta questa messa in scena, questo immenso cavallo azzurro attorno al quale ballano e suonano i matti del manicomio, come se fosse una festa pagana? E non sono da soli. Ci sono anche i medici, anche gli infermieri, che sembrano contenti quanto loro.
Non è una gita. E neanche una passeggiata. Mentre i matti portano in giro il simbolo della forza che è riuscita ad abbattere l’emarginazione del manicomio, gli infermieri distribuiscono un volantino sindacale. Vogliono far conoscere le loro condizioni di lavoro e come queste condizioni pesano e fanno male ai pazienti. Vogliono far sapere che anche loro sono segregati in un manicomio e che stanno dalla parte degli esclusi. Vogliono far sapere che quei matti sono molto meno matti di chi ha bisogno di matti per sentirsi sano.

Marco Cavallo è diventato il simbolo di tutti, anche dei dottori,  anche degli infermieri, anche di quelli che hanno cominciato a capire che ad ogni muro corrisponde un essere umano ridotto ad ombra.
Ma perché proprio un cavallo?
Perché a Franco, Vittorio e Giuliano, diventati un po’ matti pure loro per aver creduto che cambiare era possibile, non è venuto in mente niente altro che questo simbolo, antico come la civiltà dell’uomo, per immaginare la potenza che frantuma il muro che separa il sogno dalla realtà. Che, detto così, potrebbe suonare come una ingenua follia. Beh, questa ingenua follia si è realizzata nel 1978, quando quello di Trieste è stato il primo manicomio ad essere chiuso in Italia…forse anche per merito di un cavallo azzurro. 

In ricordo dei quaranta anni dall'approvazione della legge Basaglia