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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Film western, Cowboys e ...altre storie!

John Wayne e il suo fido compagno
John Wayne e il suo fido compagno

Inutile dire che la storia del West è stata scritta dalle groppe dei cavalli. E dunque è  impossibile non citare, in apertura di questa rubrica   il grande John Ford, che dirige nel '24 un film ( muto) intitolato "Il cavallo d'acciaio", suo primo, grande successo.   E non chiudere con  Sam Shepard, attore, cineasta, scrittore, cowboy, mancato pochi mesi fa, che debuttò  nel lontano 1964 come autore teatrale con un testo intitolato "Cowboys", e che al racconto della dissoluzione del sogno e dell'epopea americana ha dedicato quasi tutta la sua opera.  
Ford , nato da una famiglia proletaria di orgine irlandese (terra di cavalli) ha, con la sua forza di narratore, in qualche modo "codificato" la scrittura del  genere western. E per comprenderlo basta pensare a titoli come "Ombre rosse", a "Soldati a cavallo". 
Per "Ombre rosse"  Ford sceglie un giovane attore poco conosciuto di nome John Wayne, consacrandolo divo assoluto. Wayne sapeva - come ogni attore americano - montare a cavallo. In sella ha percorso  più di tre decenni di storia del cinema e quando era ormai anziano e ingrassato, nel suoi contratti era previsto che venisse scritturato anche "il suo cavallo di fiducia",  su cui si sentiva comunque sicuro (chi vuole torgliersi la curiosità di vedere che cavallo fosse, veda "Il Grinta" del 1975).   Ford e Wayne schierati con quell'America repubblicana fatta di gente ruvida, ignorante,  in qualche modo non ideologica, in cerca di una affermazione di sè rispetto al mondo e alla natura.
Altra storia quella di Sam Shepard,  apertamente schierato con il partito democratico, che del West racconta le speranze tradite, le illusioni perdute. Come a dire che la frontiera sognata e amata da Ford, non esiste più e  che forse è sempre stata una terra idealizzata e non veritiera.
Però... però il mondo che  Ford e Shepard hanno raccontato e amato, il mondo dei latifondi e dei pascoli, il mondo delle pianure e dei cow boy è comunque  il medesimo (basta pensare al film interpretato da Shepard: "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" del 2007, che rivisita e ribalta la figura di un bandito a cui ha guardato tanto cinema western).  Così come sono egualmente importanti, per non dire fondamentali i cavalli che sono stati loro compagni. E' di poche settimane fa l'uscita in Italia di un libro di racconti di Shepard, edito per i tipi del Saggiatore (181 pp, 18 euro) e intitolato "Il grande sogno". Diciotto racconti, che iniziano con  la vicenda di una doma "L'uomo dei cavalli"  e sul finire assestano al lettore un colpo basso con la nascita difficile di un puledro "Tinnitus".  Il tinnitus è un disturbo dell'udito che perseguita un veterinario chiamato a far partorire una cavalla azzoppata, galoppatrice di talento e vincitrice di molte corse.  Il racconto si snoda sui lunghi messaggi  che il veterinario lascia alla segreteria del proprietario, in quel momento lontano: e in quelle poche pagine, dense, strazianti c'è un mondo che si apparenta a quello raccontato  da Ford.
In un'epoca in cui Google map ci racconta ogni minimo dettaglio i panorami di ogni parte del mondo, che senso ha traversare una pianura a cavallo? Ce l'ha spiegato in maniera mirabile un altro autore americano di ineguagliabile bravura: John Huston, con un film intitolato "Gli spostati" , che  ha il suo apice nella cattura di un gruppo di cavalli selvaggi  nelle pianure del Nevada. Il film, del 1961, fu l'ultimo film compiuto  della Monroe e di Clark Gable, che morì dieci giorni dopo la fine delle riprese. Poco dopo mancò anche  l'altro protagonista, Montgomery Clift. Stava finendo un'epoca,  un'idea di intendere il territorio e la libertà di muoversi in un mondo che cominciava a non somigliare più a se stesso. E la cruenta cattura di un cavallo selvaggio ne era la plendida e dolente metafora cinematografica.