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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Fieracavalli... un non luogo per addestrare i puledri

Cavalli in dialogo. Foto Elisa Dri
Cavalli in dialogo. Foto Elisa Dri

Tre tondini, tre addestratori, quattro giornate, una sfida con tempi scanditi e predefiniti tra lavoro e pause per addestrare nove puledri a non avere paura della mano dell’uomo, della sella, di un trailer, degli oggetti nuovi, degli ostacoli a terra. Un tempo definito per far conoscere un modo diverso, non coercitivo di lavorare con un puledro, nel rispetto dei suoi tempi, delle sue emozioni, del suo stato del momento.
Già in questa frase c’è una grande contraddizione che riassume il senso di questo articolo. Come può essere possibile rispettare i tempi e le emozioni di un puledro ai suoi primi contatti con il suo futuro “mondo lavorativo” all'interno di un evento presentato come sfida con tempi e modi d’intervento dettati anche da esigenze fieristiche? Come può un messaggio così importante trovare la sua via d’espressione in un via vai incessante di persone che si fermano, filmano, scattano foto, se ne vanno, ritornano, distratte dalle diverse attività che si susseguono tra i padiglioni durante la giornata? Che cosa provano davvero i cavalli in una situazione così carica di tensione emotiva?
C’è un ambiente estraneo che per quanto tenuto il più “silenzioso” possibile è frastornante anche per noi. C’è l’assenza di riferimenti noti, di eventuali compagni affettivi, c’è l’estraneità tra addestratore e puledro e la necessità di creare una relazione di fiducia in tempi brevissimi. C’è la pressione mediatica per gli addestratori, inevitabile, e la paura di non arrivare al risultato desiderato che è dietro l’angolo.
A fare le spese di tutto questo sono i puledri, cui si richiede attenzione, calma, fiducia, capacità di apprendimento, desensibilizzazione alla paura, in un contesto che non lo permette e in un frangente della vita estremamente delicato per lo sviluppo dell’equilibrio fisico ed emotivo. Anche se, lo abbiamo visto, i puledri in campo hanno dato il cuore. Chi più docilmente, chi con un po’ di rassegnazione, chi con segni più o meno evidenti di ribellione hanno eseguito le richieste e gratificato gli addestratori con generosità. Ma noi umani non sempre siamo capaci di ricambiare ciò che ci donano i cavalli con la stessa generosità.
Eventi come questo, con professionisti di diverse scuole che si confrontano sui modi di educare un cavallo alla relazione e al lavoro con l’uomo andrebbero organizzati in ambienti meno caotici di una fiera e più adatti ai molteplici aspetti che riguardano il rispetto del cavallo. Altrimenti si rischia di trasformare la diffusione di un messaggio importante e lodevole  in un palcoscenico per la gratificazione di se stessi e del proprio lavoro addestrativo.