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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Fieracavalli, alcune riflessioni a mente fredda.

160.000 visitatori, né uno di più né uno di meno. Dal 2014 che piova o splenda il sole, che la manifestazione venga calendarizzata di novembre (come da tradizione) o di ottobre, il risultato non cambia. Siamo di fronte ad un numero talmente granitico che già prima che la manifestazione avesse inizio ha potuto essere comunicato (come previsione ovviamente) al colto e all’inclito. Insomma una cifra che da più di cinque anni si riproduce uguale a sé stessa come per gemmazione. Al che, delle tre l’una:
 - o Fieracavalli è dotata di capacità divinatorie ai massimi livelli di eccellenza (e allora ci dica una parola di speranza per il nostro futuro di popolo sempre più sballottato tra sovranismo e globalizzazione);
- o Fieracavalli dispone di una tecnologia così sofisticata da mettere in campo raffinatissimi algoritmi in condizione di anticipare non solo la quantità di affluenza di pubblico, ma anche i nomi e cognomi, età, professione, stato civile, di ogni individuo che varca i cancelli nei fatidici giorni;
- oppure…. vedete un po’ voi.
Ma tutto questo è il meno.
Quella che si è conclusa, al di là dell’afflusso di pubblico dichiarato, è stata una manifestazione colma di… vuoto.
Vuoto di idee, vuoto di elementi innovativi, vuoto di cura nell’allestimento dei padiglioni, vuoto di un progetto di manifestazione capace di guardare al futuro, vuoto di attenzione e di conoscenza per quelli che dovrebbero essere i protagonisti della manifestazione: i cavalli.
Un vuoto che si respirava nell’aria, che si individuava nelle assenze di molti operatori. Un vuoto che, forse, si è cercato di coprire permettendo all’interno dei padiglioni urla assordanti e musica da discoteca, ignorando quanto tutti gli equidi siano sensibili al rumore.
Tutto questo vuol dire che fino a quando gli organizzatori di Fieracavalli non si assumeranno in proprio la responsabilità di operare scelte, magari apparentemente ardue, per evitare il ripresentarsi delle solite situazioni di maltrattamento; fino a quando non penseranno a condizioni di scuderizzazione, e quindi di permanenza in Fiera, meno stressanti per i cavalli; fino ad allora, dicevamo, la commissione etica, al di là dell’impegno profuso e della buona volontà, potrà fare ben poco.
Quello che le manca è avere alle spalle un ente in grado di prendere gli adeguati provvedimenti dando valore e forza operativa alla denuncia fatta. Insomma, al di là delle roboanti dichiarazioni degli organizzatori, per ciò che riguarda i cavalli nulla è cambiato. E come ogni anno abbiamo assistito ad alcuni spettacoli molto poco edificanti. Ad essere cambiato invece è lo sguardo di molte persone che, pur continuando a frequentare la Manifestazione, lo fanno con uno spirito sempre più critico e soprattutto privo dell’antico entusiasmo e dell’antica partecipazione. 
A poco vale mettere in scena esperimenti come quello di Horse training, totalmente inadatti al contesto fieristico. Al di là delle intenzioni dei tre operatori è stato trasmesso  al pubblico, composto spesso da appassionati alle prime armi, e per ciò privi dei fondamentali necessari per la conoscenza del cavallo, un messaggio  sostanzialmente distorto.
L’addestramento non può, per sua stessa natura, far rima con sfida e, ci piaccia o no, con uno spirito di competizione che vede, ancora una volta il cavallo come mezzo. L’addestramento richiede ascolto della voce silenziosa del cavallo, capacità di porsi in risonanza emotiva con le sue necessità, capacità, se è necessario, di dilatare durata, intervalli e spazi. Come si può fare tutto questo con i tempi contingentati e sotto lo sguardo di una giuria? Vero, alla fine del quattro giorni c’è stato un ex aequo, ma il vincitore dei tre giorni precedenti da dove è uscito se non da una competizione?
Mi si dirà che quello era un tentativo di far conoscere al vasto pubblico tecniche di addestramento non violento (impossibile applicare il termine etologico all’addestramento, pena cadere in un ossimoro).  A me, personalmente, è sembrato un modo di trasformare la ricerca e la riflessione sulle modalità più corrette di costruire una relazione con il proprio cavallo, in uno show .