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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Fantini emigranti, tre domande a Scarinci

Con la crisi dell’ippica l’Italia è tornata ad essere un Paese di emigranti. Scuderie, allenatori ma soprattutto fantini volano all’estero per trovare situazioni più redditizie – ed anche più dignitose – di lavoro. Quanto pesa sulla qualità delle nostre corse tale emorragia di jockeys?

Tutti i fantini italiani che montano all’estero hanno ottenuto e ottengono ottimi risultati. La loro qualità non è mai stata in discussione, ma penso che la prova dei fatti sia stata oltre ogni ottimistica previsione. Certo, quando da un’ippica se ne vanno i fratelli Demuro, Umberto Rispoli, Marco Monteriso, Alberto Sanna e tutti gli altri impegnati all’estero, il livello qualitativo delle corse non può migliorare. Credo però che quelli rimasti reggano più che bene la scena. Dario Vargiu, Fabio Branca, Carlo Fiocchi, Germano Marcelli, Luca Maniezzi e molti altri che non nomino per brevità sono di livello altissimo, pari a quello di chi se n’è andato. Speriamo che all’estero non se ne accorgano…

 

A fine Ottocento, inizio Novecento, furono gli inglesi a venire nella Penisola a montare i primi galoppatori negli ippodromi italiani. Adesso, sull’esempio di Lanfranco Dettori, l’esodo punta ad essere il contrario. Con la Brexit ci saranno ostacoli ai nostri fantini per trasferirsi in Gran Bretagna?

Non credo che la Brexit possa causare problemi ai fantini italiani in Gran Bretagna. Per fortuna, l’Ippica si “autogoverna” con proprie regole: in fondo, la Comunità Europea ha sempre permesso e permette che le nostre norme internazionali - valide in tutto il mondo, ippicamente evoluto e non - fossero operative in realtà differenti e con visioni politiche molto distanti tra loro. C’è da dire che i fantini italiani non hanno avuto in Gran Bretagna, numericamente, il successo ottenuto in altri Paesi. Lanfranco Dettori e Andrea Atzeni sono casi a parte e non ritengo proprio che verrà loro ritirata la licenza britannica causa la Brexit.

 

Via da casa, dalle abitudini alimentari nostrane, con lingue a volte difficili da imparare. Vale veramente la pena fare le valigie e andare a montare in Paesi lontani come quelli asiatici?  

Noi italiani abbiamo nel DNA la grande capacità di andare a cercare all’estero ciò che non troviamo più qui da noi. La nostra ppica è in una crisi forse irreversibile ed è tornato buono il “cuore emigrante”. Pur con tutte le evidenti difficoltà di adattamento, i nostri fantini che montano all’estero - dalla Francia, alla Gran Bretagna, alla Germania, alla Polonia, alla Serbia, ai Paesi del Golfo, fino a Giappone e Corea del Sud - stanno facendo grandi cose. Se vale la pena di fare simili sacrifici? Penso di si. Anche perché vedo, purtroppo ogni giorno, quelli dei fantini che non se ne sono voluti andare. Stanno a casa propria, mangiano il cibo di sempre tra persone che parlano la loro lingua, ma non vengono pagati, corrono su piste spesso pericolose e godono di scarsissima considerazione da parte di chi governa la loro professione. Chi è che sta peggio?

 

 

Walter Scarinci è nato a Rho (MI) nel 1957. Funzionario ENI, per motivi di carriera si è trasferito nel 1993 a Roma, dove vive felicemente da ormai 24 anni. Amante di cucina, cavalli e donne, vorrebbe spostarsi in Sud America una volta conclusa la propria attività lavorativa. Segretario - dalla fondazione nel 1997 - dell’Unione Italiana Fantini (UIF). Grande tifoso dell’Inter, adora Mourinho e ha in particolare antipatia la Juventus. Il Milan gli è indifferente.

Agenzia H2O