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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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El Morzillo, come un cavallo diventò dio

Al primo vederli fu terrore puro. Difficile anche capire cosa fossero quegli strani esseri ricoperti di metallo, mezzi uomini e mezzi animali. Dei?  Antichi progenitori che, come narravano molte leggende, ritornavano dal mare? E cosa fare per sfuggire alla loro ira?

Devono essere state più o meno queste le sensazioni che hanno invaso la mente dei popoli del sud America quando, per la prima volta hanno visto avanzare le armate degli spagnoli. Dopo è stato un bagno di sangue. La voracità negli occhi di quegli uomini, la loro brama dell’oro, si scontrava con lo sguardo a volte mesto a volte quasi partecipe delle loro cavalcature. Già, perché quando la bestia di ferro si scomponeva e l’uomo tornava solo uomo e l’animale solo animale, allora era evidente da quale parte stesse la pietà. I cavalli annusavano l’aria, fremevano all’odore del sangue, sembravano quasi dolersi del dolore che erano stati costretti a generare. Gli indigeni li osservavano, prima a distanza, poi sempre più da vicino. Osservavano   le loro gambe imprigionate dal ferro messo per impedire loro di muoversi liberamente, osservavano ogni giorno le loro bocche da cui spesso usciva sangue, i loro fianchi ricoperti di ferite. Osservarono la loro silenziosa sofferenza e li riconobbero fratelli.  

Fu in una notte di fuoco, tra le grida delle persone che chiedevano pietà, che il cavallo più bello e possente fu ferito. Una ferita alla gamba, non mortale, ma sufficiente a far si che il suo cavaliere scendesse di sella e che per un attimo si fermasse il massacro.  Poi tutto riprese, ma lui il nero, El Morzillo restò in disparte, gli occhi sbarrati e non solo per il dolore della sua ferita.

Quando l’alba illuminò la strage, Cortes andò a vedere il suo cavallo. Il responso fu netto: una ferita troppo lieve per ucciderlo, ma troppo profonda per consentire all’animale di essere montato.

Lo spagnolo chiamò alcuni superstiti del villaggio. A gesti, gli occhi infuocati, le mani contratte, indicando l’animale fece capire che dovevano occuparsene loro, prendersene cura ed evitargli la morte. 

Lui sarebbe tornato, un giorno, e se non lo avesse ritrovato…la minaccia terribile restò sospesa nell’aria. Il capo del villaggio chinò la testa in segno di assenso, ma la sua mente, o forse sarebbe più esatto dire il suo cuore, aveva capito perfettamente che l’uomo vestito di ferro non sarebbe tornato mai più. Guardò cavallo, così indifeso senza la bardatura con la quale aveva partecipato alla battaglia, ne incontrò lo sguardo e vi lesse un misto di angoscia e di pietà. Lentamente, con timore, lo sfiorò sul collo e sentì la pelle fremere al contatto con le sue mani. Camminandogli a fianco cercò di guidarlo verso un recinto e solo allora, vedendolo coprirsi di sudore, si rese conto di quanto dolore  gli procurava ogni passo.  Bisognava fare qualcosa per quella gamba ferita. Chiamò gli uomini della medicina ed insieme cercarono tra le loro conoscenze le erbe giuste per guarire la lesione.  Si consultarono a lungo, poi decisero di utilizzare per quell’animale misterioso gli stessi rimedi che erano soliti usare per gli uomini. E la cura riuscì.

Fu così che per un tempo senza tempo El Morzillo fu parte della comunità. Le fanciulle gli portavano fiori ed i bambini, dopo i primi timorosi approcci, inventarono scherzi per distrarlo. Lui si abbandonava ai giochi e alle carezze con la stessa fiducia con la quale aveva affrontato il dolore e le cure della gamba ferita. La sua mole si stagliava nel groviglio delle case come una sorta di benefica presenza. Poi L’imprevisto accadde. Una mattina, dopo una notte di lampi e di tuoni, non lo trovarono più. Lo cercarono, oh se lo cercarono, ma del cavallo non c’era traccia. Aspettarono che tornasse, ma di lui non ebbero più notizie. Poi, nel buio di una notte, ebbero la sensazione di sentire risuonare il suo passo là, su in alto, tra le nubi ed allora capirono: il dio del tuono e della folgore lo aveva portato con sé.  Fu così che, un po’ per devozione ed un po' per nostalgia, ne vollero riprodurre l’immagine. Ed a quel simulacro tornarono ad offrire fiori e frutta prelibata.

Passarono gli anni, o forse sarebbe più esatto dire i secoli, ed il culto di questo dio-cavallo si estese a buona parte dei paesi vicini. Diventò una sorta di abitudine chiedergli aiuto e protezione dal rischio che la tempesta allagasse il villaggio o che la folgore lo incendiasse, fino al un giorno (era il1697) in cui due uomini vestiti di nero con una croce al collo distrussero quella statua tanto venerata ed ancora una volta, gli abitanti del luogo non capirono perché.