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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Del corretto uso della briglia!

Affronto oggi un tema a me caro nel campo dell’equitazione classica di tradizione francese: l’uso della briglia, ovvero morso e filetto applicati insieme in un’unica testiera. Ciò che mi spinge a dare dei chiarimenti è l’alta diffusione su web di immagini che ritraggono cavalli montati in morso e filetto, in attitudine forzata, quasi sempre incappucciata, trattenuti da redini molto tese. Spesso queste immagini denunciano lingue blu dovute alla compressione eccessiva, bocche sanguinanti ecc. Queste ultime “derive” dell’addestramento comportano per fortuna ancora oggi l’eliminazione del binomio in gara, quando prese adeguatamente in considerazione. Tuttavia, il modo in cui queste tematiche vengono trattate e il bombardamento di commenti sui social network fa sì che, oltre a condannare giustamente una pratica scorretta e abusiva dell’addestramento, anche la bardatura usata diventi automaticamente strumento di tortura. Il morso è un tipo di imboccatura molto antico e differisce essenzialmente dal filetto perché ha un’azione di leva. Facile capire che è quindi più potente nel sottomettere il cavallo alla volontà del cavaliere. Questo è proprio il motivo per cui è stato inventato. Trova diffusione in tantissime discipline e nessuna di esse è esente da fenomeni di abuso e violenza, sempre dovuti ad ignoranza, impazienza e brutalità. Oggi, grazie ad una visione olistica della gestione del cavallo e del suo addestramento, insieme alle tecniche di horsemanship, sempre più cavalieri possono fare a meno dell’imboccatura. Tutto ciò è bellissimo e lo condivido, ma non deve diventare un pretesto per condannare altri metodi di addestramento, per altro basati sugli stessi capisaldi - primo fra tutti il rispetto del cavallo. Vorrei quindi farvi apprezzare una diversa - e antichissima- idea del lavoro in briglia, e come esso possa diventare la ciliegina su una torta ben fatta, con beneficio di cavallo e cavaliere.
La briglia, come dicevo sopra, è composta da due imboccature. Il filetto, nella maggior parte dei casi semplice ad anelli e piuttosto sottile per limitare l’ingombro, e il morso, sulle cui tipologie non mi soffermo ora. Il filetto agisce sulla commissura labiale, quando la mano è usata dal basso verso l’alto, e ha una funzione di elevatore (da non confondere con il filetto elevatore, che prevede fori agli anelli in cui scorrono i montanti della testiera): serve quindi a decontrarre la mascella, rilevare e flettere lateralmente l’incollatura e dare la direzione. Il morso è un flessore- abbassatore: agisce sulla lingua e sulle barre a prescindere dalla direzione dell’azione della mano e serve per arrotondare ed estendere l’incollatura. L’abbinamento di queste due imboccature, quando ben compreso e utilizzato, crea un insieme capace di fornire indicazioni di estrema precisione al cavallo. Dove c’è estrema precisione è necessaria altrettanta finezza  da parte della mano del cavaliere, in particolare nell’uso del morso per i motivi di cui sopra. Morso e filetto hanno due funzioni diverse; da qui la necessità di separare le due azioni. Per far sì che il cavaliere possa comunicare con chiarezza attraverso le redini un’azione distinta sul filetto o sul morso, la tenuta delle redini più efficace è detta “alla francese”: le redini del filetto passano sopra l’indice e scendono verso il basso nella mano, mentre le redini del morso passano sotto il mignolo e risalgono fra l’indice e il medio (foto). Il cavaliere potrà usare chiaramente il filetto sulla commissura labiale o prendere contatto sul morso semplicemente orientando il polso. L’uso delle due imboccature in sinergia, per esempio nel caso della richiesta della cessione della nuca, offre al cavaliere un ventaglio di possibilità che ha limiti solo nella finezza della sua equitazione. Philippe Karl nel suo libro “derive del dressage moderno” fa un bellissimo esempio: le redini sono come i fili che animano la marionetta, e nell’abilità di chi li manovra risiede ogni espressione. Come premessa a tutto questo discorso, vi porto l’esempio del mio cavallo, un lusitano di 6 anni che ha vissuto con me tutto il percorso addestrativo finora. Ho educato Guerreiro alla mano con il filetto dalle prime fasi del lavoro, prima da terra e poi dalla sella. Il cavallo deve aver ben compreso l’uso della mano sull’imboccatura semplice e imparato a seguirla con facilità e franchezza, senza sottrarsi al contatto nelle varie posizioni. Da poco ho introdotto la briglia, che ha accettato con semplicità e naturalezza nel lavoro di base. La cosa importante è che la mano del cavaliere, in modo particolare quando agisce sul morso, sia pronta a cedere verso la bocca del cavallo per prevenire l’incappucciamento e incoraggiare un’estensione d’incollatura generosa. La briglia è sempre necessaria quando parliamo di addestramento classico? Naturalmente no, possiamo farne a meno anche ad altissimo livello. Si può usare su tutti i cavalli per raffinare la messa in mano e il contatto, fatta eccezione per rari casi di conformazione non corretta della bocca, ed è un aiuto valido nel caso di cavalli particolarmente complessi o difficili da inquadrare in filetto semplice, col beneficio di essere ancora  più discreti e delicati nell’azione della mano. Nessuna ragione quindi nell’uso della forza o di una mano retroattiva sulle redini di briglia: cavalli pesanti alla mano montati in questo modo non potranno che peggiorare e incrementare le loro difese. La briglia, come del resto gli speroni, possono diventare strumenti estremamente pericolosi nelle mani sbagliate. Ma quando usati con sensatezza, portano al massimo livello la comunicazione tra cavallo e cavaliere.