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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Dallo stallone all'orso: fuga per la libertà

Avevo in mente di destinare la rubrica di  agosto a un film su un grande campione di galoppo che ha infiammato gli ippodromi americani. Ma la vicenda dell'orso M49 mi ha portato su altre rotte. E dunque il film di questo mese è "Il cavaliere elettrico" di Sidney Pollack. Protagonisti Robert Redford, Jane Fonda e Rising star,  un meraviglioso galoppatore ritirato dalle corse per diventare il logo vivente di una grande industria alimentare, la Ampco. Un cavallo che, con una bardatura di piccole lampadine - le stesse che guarniscono il costume del suo cavaliere, un ex campione di rodeo che mal si adatta a pubblicizzare merendine - deve affacciarsi su un palcoscenico fra sgambettanti ballerine.
Per il cow boy quella esibizione rappresenta un punto di non ritorno: accorgendosi che il cavallo è stato pesantemente sedato per renderlo mansueto e farlo resistere  impavido alle  luci e alla folla, decide di  rapirlo. E alla giornalista che lo insegue per monti e per valli in cerca di uno scoop ( l'efficacissima Jane Fonda) spiega: "L'ho rapito perché è un cavallo a cui non è consentito di  fare il cavallo".
E' esattamente quello che è accaduto a M49. E prima di lui all'orsa Daniza, uccisa - questa è la versione ufficiale - da una dose eccessiva di sonnifero e la cui figlia è da allora rinchiusa al Casteller, la "prigione" per gli orsi da cui M49 (ribattezzato in rete Papillon) è riuscito ad andarsene.  "Gli orsi  hanno  pieno diritto di fare gli orsi", ha spiegato a riguardo l'illustre etologo Luigi Boitani.  Disgraziatamente noi uomini, che abbiamo ferocemente antropizzato il loro territorio, non sappiamo  convivere con loro (come per esempio accade in Slovenia, che di orsi censiti ne ha 400 e che non si pone alcun problema). 
Ma torniamo al "Cavaliere elettrico". E' evidente fin da subito come l'acciaccato campione di rodeo cerchi, nella liberazione del cavallo, il proprio riscatto morale. Anch'egli è prigioniero, moralmente ed economicamente, della  multinazionale e dei mass media. Restituire la libertà allo stallone - che durante  la fuga viene accudito e curato (i suffumigi fatti con le foglie di eucalipto, comperato in dosi "da cavallo" in uno spaccio per prodotti agricoli meritano la scena che viene loro dedicata) - significa restituire la libertà a se stesso.  I dirigenti della multinazionale che l'hanno additato al mondo come un  delinquente, colpevole di aver sottratto un campione che vale diverse centinaia di migliaia di dollari, finiscono per cambiare tattica, quando si accorgono che la maggior parte  dell'opinione pubblica tifa per il cavallo e il cavaliere, fuggiti in cerca di una dignitosa libertà. Proprio quel che sta accadendo con M 49:  visto l'insorgere di tante voci a favore di questo animale selvatico che non ha mai attaccato l'uomo, che appartiene a una specie protetta e che ha messo in scacco chi l'aveva catturato fuggendosene via, anche  gli amministratori trentini hanno cominciato ( almeno a parole) a recedere dall'idea di sparargli a vista. Mentre scriviamo, ancora nulla si sa della sorte dell'orso. Ma che riesca a cavarsela (come mi auguro con tutta me stessa) o venga ucciso dalla stoltezza e dalla ferocia umana, resta il fatto che M49 è diventato, suo malgrado, un simbolo.
Proprio come lo stallone Rising star: il film funziona  assai bene nel raccontare - con un pizzico di sentimentalismo assai rimproverato dal critico Tullio Kezich - come, nonostante sia stata messa una taglia sullo stallone, siano in molti ad aiutarne la fuga. Ed è davvero efficace la sequenza in cui Redford, galoppando in sella al campione, riesce ad avere ragione di una torma di inseguitori motorizzati, che schiantano moto e automobili  su dossi e dirupi, senza riuscire a fermare cavallo e cavaliere.
Del resto Pollack è stato  un regista potente e raffinato: basta ricordarsi il suo "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", sempre con Redford, nei panni dell'esploratore Jeremiah Johnson. O "La mia Africa", di nuovo con Redford e una meravigliosa Meryl Streep.
"Il cavaliere elettrico" può considerarsi un moderno film di frontiera: da una parte le grandi pianure americane a cui è destinato lo stallone ( e il discorso di congedo del cow boy, un attimo prima di dargli la via verso un branco di giumente è davvero toccante, perché è in quel momento che si compie il nuovo destino del cavallo) dall'altra il mondo antropizzato che le sue regole, i suoi mezzi meccanici, le sue crudeltà. In mezzo cosa può esserci? Una desolata terra di nessuno? Personalmente credo proprio di no. In mezzo ci deve essere la dialettica fra mondo antropizzato e spazi selvatici, il rispetto dell'ambiente, e una diversa idea di territorio. Per gli uomini e per tutti gli animali. Dallo stallone fino all'orso.