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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Cinema e cavalli... ed è stato subito feeling!

Quando si parla della nascita del cinema il pensiero va ai fratelli Lumière e allo spavento che provocarono  ai loro primi spettatori  proiettando l'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat: temendo di essere investiti dalla locomotiva furono in molti a precipitarsi fuori dal locale parigino in quel lontano 1895.  Ma a guardar bene, i cavalli di celluloide avevano già cominciato a galoppare davanti agli occhi degli uomini più di 20 anni prima e in un altro continente: l'America. Sì, le immagini che  corredano questa rubrica - che proseguirà  nel tempo raccontandovi proprio di cavalli e  di cinema - viene da San Francisco e ritrae il galoppo  del purosangue Occident, di proprietà di un  ricco e influente magnate della birra Leland Stanford, fondatore dell'omonima e celebrata università. Questa sequenza  appartiene alla progenie del cinema,  è il trait-d'union fra le lanterne magiche e la macchina da proiezione messa a punto nei laboratori Lumière.  Ed è nata da una esigenza squisitamente equestre.  Il fatto è che fino alla seconda metà dell'800, pressochè tutte le immagini pittoriche di cavalli al galoppo, ritratti anche da artisti del calibro di Gericault ( nato, ricordiamolo nelle scuderi di Versailles, dove suo padre lavorava) non ritraevano correttamente il  movimento del cavallo al galoppo. Perché? Per la semplice ragione che l'occhio umano non è in grado di registrare un movimento così veloce. Si disegnava si dipingeva  e... si sbagliava. Ebbene, il signor Stanford si convinse ( con ragione) che al galoppo il cavallo solleva per un istante tutti e quattro gli arti. E volle darne una  prova inoppugnabile agli scettici che lo circondavano.  Anzi, ci scommise un bel po' di quattrini. Così contattò un fotografo inglese  stabilitosi a San Francisco, Eadweard Muybridge, che aveva già avviato degli esperimenti di cronofotografia. Muybridge accettò la sfida e sistemò una lunga serie di macchine fotografiche al lato della pista da galoppo di Palo Alto.  Tutte azionate da fili tesi sul percorso. Gli stessi fili che Occident toccherà durante il galoppo, facendo così scattare l'otturatore. Montate in sequenza   ( si trovano anche  su You Tube)  quelle immagini sono un perfetto filmato in movimento del galoppo di Occident, che in uno dei tre tempi del galoppo ha i quattro arti sollevati da terra.   Come del resto fa ogni cavallo.  In quel 1872 Stanford vinse la sua scommessa, e il cinema cominciò a diventare un'idea concreta. Da allora il cavallo ha galoppato da protagonista nei mondi della celluloide.  Fin dal cinema muto è stato compagno di attori  celebri come Douglas Fairbanks o Tom Mix. Con l'avvento del sonoro ha conquistato ancora più spazio, fino a  diventare - in certi film - il vero e assoluto portagonista: da Gran premio, con la giovanissima Litz Taylor, fino a Black Stallion.  Da Ben Hur, con la sua indimenticabile e durissima corsa delle bighe, fino a tutta l'epopea Western, e a Hidalgo, con Viggo Mortesen (che alla fine della lavorazione decise di tenere per se i due cavalli  con i quali aveva lavorato).  O al meraviglioso purosangue liberato da Robert Redford nel Cavaliere elettrico. Dai cavalli nipponici del Trono di Sangue di Kurosawa, a quelli del cinema inglese o irlandese.  Per non parlare - arriviamo a casa nostra - del buffissimo Aquilante, cavalcatura del memorabile Brancaleone da Norcia.  E - per  guardare al cinema d'animazione-  all'indomabile Spirit e allo scalpitante destriero della cinesina  Mulan.
Se, fino alla seconda guerra mondiale, il cavallo ha avuto un ruolo determinante nella storia  e nella geopolitica, lo spazio che si è ritagliato nel cinema è ancor oggi assai ampio:  sta per uscire un film presentato al festival di Venezia  dal titolo Charles Tompson, che racconta di un ragazzo difficile che trova salvezza nel rapporto con un vecchio cavallo.  Ve ne parleremo: la galoppata fra i cavalli del cinema di oggi e di ieri è appena cominciata.