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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Caterina e Green: un lungo percorso verso la reciproca conoscenza!

La storia che sto per raccontare inizia come molte altre, ossia: mi vogliono “regalare” un cavallo!
Sì, di quelli che oramai non possono più correre, i così detti fine carriera. Ma che importa!
Nel caso specifico un trottatore che, con la crisi del settore degli ultimi anni, è davvero un avvenimento comune. Ma pur sempre mi vogliono regalare un cavallo, anzi, non un cavallo, il cavallo dei sogni.
Una bella sfida! Ma se fin da piccole non desideravate altro che possedere un cavallo, che fate? Ovviamente accettate, senza badare troppo alle conseguenze, né alle classiche visite di compravendita o verifiche del caso: lo adottate immediatamente pur di salvarlo dalla morte.

Mi sono allontanata dal mondo dell'equitazione tradizionale molto presto perché, fin da bambina, sentivo che l'amore per l'animale non animava la stragrande maggioranza delle attività legate al panorama equestre da me conosciuto allora. L' “utilizzo” del cavallo e il rapporto di dominanza e sottomissione non facevano per me. Vivendo purtroppo in città ovviamente conoscevo solo realtà locali che potevo raggiungere in tempi ragionevoli.
Poi, nel 2012, cominciai a scoprire la Natural Horsemanship e a conoscere realtà diverse più a misura di cavallo. Sull’onda di queste nuove esperienze decisi di adottare Green Spirit (“il cavallo che mi vogliono regalare”) nella speranza di poter istaurare con lui un vero rapporto di fiducia e rispetto. Green fu immediatamente sferrato, portato in un bel posto in gestione naturale situato fra i monti e venne introdotto in branco. Iniziai con lui un percorso pseudo-parelliano, con capezze con nodi, longhine in corda nautica di 3,70 e 7 metri, stick, string e via dicendo. Con questa attrezzatura imparai ad applicare i paradigmi educativi basati su pressione (costante e ritmica), tempismo nel rilascio, fasi progressive e così discorrendo.
Ma i problemi si manifestarono fin da subito. Green aveva un carattere dominante e ostico; si dimostrava aggressivo con gli altri cavalli sia in paddock (fu ben presto tolto dal branco) che durante i corsi: ricordo bene le mie ansie quando attaccava i cani e, in determinati frangenti, era pericoloso anche per gli umani. La mia difficoltà da neofita nel far fronte a dinamiche così imprevedibili era grande, a livello di sicurezza e anche emotivo.
 
Ma non mi persi d’animo. Decisi di andare a vivere vicino a lui, perché sentivo che per cambiare l'idea che si era fatta dell'umano era necessaria una presenza quotidiana che mi permettesse di condividere i momenti della giornata più disparati. Questa scelta fu azzeccata perché i primi, timidi miglioramenti nei miei confronti, cominciò a manifestarli nel momento in cui vide che ero io a pulirgli la capannina, dargli da mangiare, a prendermi cura di lui insomma.

Col passare del tempo emersero anche serie problematiche fisiche, motivo per cui dovette stare a riposo per molto tempo. Iniziai a documentarmi sulla realtà del trotto italiana, ed emerse uno scenario desolante. Evito di dilungarmi sulle atrocità che spesso vengono inflitte agli equini in questo mondo, tra allenamenti massacranti, gestioni brutali, droghe, isolamento fin dalla più tenera età, sevizie psico-fisiche. Pian pianino stavo ricomponendo il quadro del perché così tanto astio verso tutto e tutti. Inconsapevolmente avevo adottato un animale dal passato traumatico, che a solo 6 anni (poco più che un puledro) ne aveva già passate di tutti i colori.
Sono sempre stata decisa a tenerlo, nonostante fosse pericoloso per me, talvolta per sé stesso, e per gli altri. Credo che non si possa abbandonare chi si prende per mano nella vita, nonostante le difficoltà che si incontrano lungo il percorso. Certo in questo caso ero animata da molto buon cuore, una discreta dose di incoscienza, una gran testardaggine ma avevo anche un'ingente dose di ignoranza, quanti errori che col senno del poi avrei evitato!
Mi guidava la ferrea volontà di non voler affidare più a nessun altro la gestione e la risoluzione dei problemi di Green, un po’ per la sfiducia crescente nei problem solving equestri, un po’ perché sentivo che sarebbero riusciti a condizionarlo solo superficialmente, a tappare qualche buco, ma che alla lunga i nodi al pettine sarebbero riemersi. Che fare dunque? Vivere insieme non bastava, limitare le attività a passeggiate alla mano da terra nemmeno… Certo era più tranquillo, ma bastava poco ed esplodeva, non ci si poteva fidare.
Oltre alla difficoltà emotiva e fisica mia (ho preso calci e riportato fratture a seguito di incidenti importanti) permaneva uno stato di profondo disagio sia fisico che piscologico e sociale. Pur essendo riuscita a trovargli una compagna, un altro caso sottratto da una condizione di maltrattamento, e col tempo un branco stabile, Green continuava ad essere chiuso nel suo mondo. Irritabile e prepotente anche se trattato coi guanti, ipersensibile a tutto e tutti. Viveva proprio male, era evidente. Come aiutarlo?
Da antropologa ho imparato che è già difficile mettersi nei panni degli altri esseri umani, per capire come vivono la propria realtà di tutti i giorni, figurarsi con un cavallo! Qualche cavallo forse ci ha mai detto, nella nostra lingua, come poterli aiutare? A modo loro ovviamente comunicano, e molto, basta aver la pazienza e l'umiltà di ascoltarli. A volte però sono talmente chiusi che anche una comunicazione di base è difficile.
Allora ho problematizzato innanzitutto me stessa, e ho cercato di mettere le priorità di Green, di fronte a tutto il resto. Sentivo di dover lavorare tanto, su di me, sulla relazione, ma non sapevo come.
Poi sentii parlare del Friendship Training, vidi dei video… Meraviglia! Ho preso più informazioni, ma c’era solo la possibilità di seguire un corso a distanza, via internet. L'idea dell E-Learning a distanza non mi convinceva per nulla. Ero diffidente già nei confronti di personaggi vari in carne ed ossa figurarsi di chi non potevo vedere negli occhi, osservarlo coi miei animali, qualcuno a cui non potevo stringere la mano.
Poi però, presa dallo sconforto, ho deciso di tentare l’extrema ratio. I primi giorni di Febbraio ho iniziato il primo modulo del Friendship Training di Chuck Mintlaff. E non posso essere più felice della decisione fatta. I progressi e i cambiamenti di Green sono stati sorprendenti, nei miei confronti, nei confronti del mio compagno, degli altri cavalli. Green mi guarda con occhi diversi.
Questo viaggio appena intrapreso merita un altro articolo per essere raccontato. O forse più. Per ora Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi, e una parola di cuore: aiutarli è possibile. Ma richiede, come tutte le azioni importanti nella vita, molta forza, perseveranza e amore.