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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Buon Anno ai cavalli: le nostre ali!

QUALCUNO pensa che i proverbi siano la saggezza dei popoli. E forse esagera. Qualcun altro è convinto che siano solo banali ovvietà camuffate di arguzia. E forse è un po’ troppo severo. Poi c’è chi li liquida come un incastro più o meno casuale di parole che nulla esprimono se non la elementarità di una rima, buona solo per nenie, cantilene e filastrocche. Rispettabili scuole di pensiero. Che reggono, però, fino a quando non si imbattono in uno di quelli che scolpiscono qualcosa di non classificabile dall’usuale modo di percepire la realtà. Per esempio, un proverbio turcomanno dice: “il cavallo sta all’uomo come le ali agli uccelli”.
Che gli uccelli senza ali non abbiano ragione d’essere, questo lo capisce chiunque. Ma questo  vale anche per l’uomo senza il cavallo? Qui la questione si fa parecchio ardua.  Però, con un po’ di pazienza non è difficile sbrogliare la matassa.
Tanto per cominciare, due conti. George Stephenson  mette in moto il primo locomotore della storia nel 1825 in Inghilterra. Poco più di dieci anni dopo, nel 1839, in Italia prende servizio il primo treno continentale che fa avanti e indietro fra Napoli e Portici. Da Stephenson sono passati 194 anni. Da che l’uomo ha a che fare con il cavallo, 6000. In 194 anni di storia non risulta che qualcuno si sia innamorato di un treno, a parte, forse, qualche ferroviere alla Pietro Germi. Non risulta che il treno abbia attivato grandi ispirazioni, a parte Guccini e la sua intramontabile Locomotiva.
Risulta, invece, che in 6000 anni attorno al cavallo si siano modellate storie, leggende, miti, magie, alchimie, trascendenze, divinazioni, riti, coesioni sociali che hanno caratterizzato in modo fortemente identitario culture e popoli. Risulta che il cavallo abbia accompagnato gli albori e i tramonti di grandi civiltà. Risulta che il cavallo abbia trainato l’umanità lungo quella strada convulsa e contraddittoria che chiamiamo progresso. Risulta che il cavallo, dopo 6000 anni, sia ancora l’espressione più compiuta  cui la natura affida la rappresentazione di sé.  Risulta, ancora dopo 6000 anni e oggi più che mai, che il cavallo sia ancora l’augurio con il quale la natura ci indica un futuro da realizzare in armonia di sentimenti e ragione. 
A ciascuno di voi, allora, l’augurio di un 2019 nel quale sentimento e ragione aiutino a ricominciare anche mille volte. Senza, però, ripetere mai. Buon Anno.