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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Black Beauty, un'odissea lunga quasi 150 anni.

Occorre stare attenti perché  un' importante indicazione viene già  dal titolo, che recita:  "Black Beauty,  The Autobiography of a Horse": siamo  di fronte a un cavallo che racconta la propria autobiografia. Dunque ad  un essere che è soggetto di diritti, che ha una sua identità, una sua storia, una sua propria memoria. Un individuo.
Da questo classico della letteratura inglese per ragazzi, uscito nel 1877,  venduto  in  cinquanta milioni di copie,  ( in Italia fu tradotto nel 1896)  primo e unico romanzo di una attempata signora, Anne  Sewell,  claudicante per  uno scivolone durante una  giovanile passeggiata, dunque costretta a muoversi sempre in carrozza ed anche per questo colpita dai diffusi maltrattamenti che subivano i cavalli da tiro nell'Inghilterra vittoriana,  sono state realizzate numerose riduzioni cinematografiche (la prima è del 1917,  quindi muta) e televisive. Ma noi parliamo dell'ultimo film che ne è stato tratto nel lontano 1994 ( sarebbe ora di farne un'ennesima trasposizione) per la regia  di una debuttante di lusso: Caroline Thompson, che avrà poi una lunga carriera  anche come sceneggiatrice ( ha firmato tra gli altri  "Edward mani di forbice", "La famiglia Addams"). Oggi lo si può vedere in streaming, con il titolo "Black Beauty". 
Ma arriviamo finalmente al protagonista: un puledrino che vediamo nascere, e poi issarsi incerto sulle gambe, umido ma già deciso. E' nero come la pece, ha una piccola palla di neve sulla fronte, un' indomita vivacità, una gran voglia di vivere. E per sua fortuna viene al mondo in una fattoria dove i cavalli sono amati e rispettati. Quando si è fatto grande e bello, viene ceduto a una coppia di nobili possidenti, che hanno tre bambini e che vogliono un tiro a due. Battezzato Black Beauty per la propria nera bellezza,  il giovane cavallo viene attaccato a una carrozza assieme a una saura di nome Ginger, capricciosetta ma al dunque ben felice di trovare un compagno di fatiche. La vita dei cavalli - c'è anche un piccolo pony per i bambini- scorre serena sotto gli occhi del bravo caposcuderia ( riconoscerete, con trent'anni di meno,  Jim Carter, il meraviglioso attore che in Dowton Habbey impersona il maggiordomo: forte, massiccio, autorevole e dalla finissima recitazione).  Ma la padrona del piccolo castello è malatissima: occorre trasferirsi nel sud della Francia,  mettere in vendita  la proprietà, e dunque anche gli animali.  Le lacrime di Joseph, il piccolo stalliere che con il morello ha un legame particolarmente affettuoso, incorniciano un sogno, una speranza: "un giorno ci ritroveremo".
Comincia così per Black Beauty una lunga e dolorosa odissea  di fatiche e maltrattamenti: prima agli ordini di riccastri senza cuore che  impongono al cocchiere  dei finimenti punitivi, poi nelle mani di un maniscalco ubriacone, poi ancora agli ordini di un gentile fiaccheraio che deve cederlo perché le lunghe attese all'aperto l'hanno fatto ammalare di tisi. L'ultimo padrone di Black Beauty è un noleggiatore di cavalli da traino, che attacca il cavallo a carri stracarichi di sementi. Dopo anni di durissimo lavoro, ormai anziano e debilitato, Black crolla fra le stanghe di un carro pesantissimo. Viene così mandato a una fiera del bestiame, per essere venduto al macello. Ma lì rincontra, ormai divenuto uomo, Joseph, il ragazzino che gli aveva fatto da stalliere, il quale lo  riconosce, lo acquista e gli regala una meritata e coccolata vecchiaia. Ed è proprio l'anziano Black,  che all'inizio del film vediamo accovacciato sotto una quercia al centro di un prato erboso, a raccontare la sua vita. La sua autobiografia.
Alcuni snodi della vita di Black Beauty rimandano a quelli di un altro libro, divenuto un film di Spielberg: "War Horse". A mio vedere la vicenda di Black Beauty è ancora più crudele, perché non racconta l'ecatombe prodotta dalla guerra, ma la quotidiana "normale" crudeltà cui vengono sottoposti i cavalli, che  l'uomo osanna,  immortala nei quadri, ma  che spesso tratta senza alcun rispetto.  Perché un cavallo abbia la vita che merita, deve essere fortunato e finire nelle giuste mani,  disposte ad accudirlo fino alla fine dei suoi giorni. Altrimenti per lui, allora come ora, la sorte è matrigna. Che sia un cavallo da concorso, o da passeggiata. Questa è una delle tragedie della vita animale: essere alla mercè di mani altrui.  Ma torniamo a questo bel film: so bene che Black Beauty è un film per ragazzi. Ma l'aguzzo e puntuale  racconto della società inglese, dell'indifferenza per i deboli, dello spirito di casta, ne fa un documento su cui anche gli adulti dovrebbero meditare. E molto.