Benessere del cavallo, Italia troppo indietro

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Benessere del cavallo, Italia troppo indietro

LENTAMENTE MA INESORABILMENTE anche in Italia sono sempre più diffuse la considerazione ed il rispetto dei diritti animali. Negli anni ’90 le avanguardie culturali nel campo del rapporto uomo-animale iniziarono a porsi ed a porre la questione circa un diverso modo di considerare gli animali non più in termini utilitaristici o di sfruttamento ma riconoscendogli  prerogative loro proprie e ciò indipendentemente dalla maggiore o minore considerazione conferitagli dai retaggi religiosi o dalla posizione antropocentrica.
Più recentemente, grazie a innumerevoli dati scientifici, il riconoscimento della sensibilità animale e delle loro esigenze comportamentali non costituiscono più una sorta di scelta di campo pro o contro i diritti animali ma logica constatazione di una realtà incontrovertibile.
Fra tutte le specie domestiche tale sensibilità animale è, per ovvie ragioni, riconosciuta agli animali cosiddetti d’affezione (guarda caso), mentre stenta a farsi strada tra gli animali cosiddetti da reddito (suini, bovini, pollame, conigli, pecore, ecc.). Il cavallo, fra quest’ultimi, sta attraversando il guado che lo porterà a riconoscimento di animale d’affezione conquistando quel credito e quel rispetto bioetico da troppo tempo misconosciuto.
La sempre maggiore considerazione verso il benessere del cavallo, tuttavia, non deve basarsi sul ruolo sociale, ludico, sportivo e terapeutico che esso ha storicamente svolto nella società umana ma deve, per contro, emergere dal riconoscimento delle capacità senzienti, reattive, intellettive ed emotive.

IL CAVALLO, infatti, è un animale sociale, fortemente gregario, dotato di spiccata sensibilità e di non comuni doti empatiche e a dimostrazione di tali riconosciute capacità basta citare il sempre più massiccio ricorso alle sue doti terapeutiche nella riabilitazione equestre e nell’ippoterapia. Il riconoscimento di fatto delle sue capacità relazionali interspecifiche non appaiono, però, coerenti con le modalità tradizionali del suo allevamento concepito come struttura di confinamento individuale (il box), scarsa o assente possibilità di interazioni sociali intraspecifiche e rarissima attività di pascolamento.
Appare insolito pensare che l’isolamento sociale, l’impoverimento sensoriale e la privazione di fondamentali bisogni etologici di un animali così sensibile non si debbano considerare causa di sofferenza animale. Dall’utilizzo delle sue capacità empatiche, della sua innata sensibilità, della sua sofisticata strategia di comunicazione mimico-espressiva deve coerentemente derivare un diverso modo di concepire i suoi spazi di stabulazione, di riposo e di necessario pascolamento. Risulta ancora più assurdo ed anacronistico continuare a concepire e realizzare forme più o meno edulcorate di doma che nulla hanno a che vedere con le capacità riconosciutegli.
Appare singolare come l’Italia - patria di ippologi e culla di preziose e incontaminate linee genetiche equine – si trovi fortemente arretrata sia dal punto di vista gestionale sia normativo nella tutela di fondamentali aspetti dell’integrità fisica ed emozionale di questa specie animale anche se, recentemente, dopo un interminabile pressing è stata giuridicamente recepito il passaggio fondamentale della perseguibilità penale del maltrattamento animale. E’ necessario e ineludibile applicare quanto già stanno facendo i partners europei in tema di requisiti minimi strutturali e manageriali nell’allevamento e nella gestione del cavallo che deve essere baricentro e protagonista del mondo che gli gira intorno e non opportunistico strumento mediatico, economico e financo politico.


Prof. Michele Panzera
Ordinario di Etologia veterinaria e Benessere animale all’ Università di Messina.

 

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  • Cavalli di Purosangue Orientale Siciliano scuderizzati in modalità etologicamente corrette (azienda agricola dell'Ovo Ramacca)
  • 23/10/2007 | Etologia Michele Panzera

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