Amarcord.... Quando l'ippica era una favola

L’IPPICA, con i suoi uomini e cavalli, è l'espressione della società. E' figlia del suo tempo. C'era un tempo in cui l'ippodromo aveva un suo appeal. Quel palcoscenico, pensiamo a San Siro avvolto nella nebbia o a Capannelle all'alba, attirava anche la creatività dei cineasti. Luogo che diventava set, momento di una storia e parte della rappresentazione della vita oltre ad un quartiere di una città. Qualcosa di vivo, di pulsante che la domenica aveva il respiro, il battito, lo sguardo della folla. Di famiglie che arrivavano all'ippodromo per il Gran Premio.
Era l'Italia in bianco e nero degli anni Sessanta. La fotografia di quando la corsa dei cavalli aveva il sapore di una favola. Perchè c'erano i personaggi, drivers come Brighenti, Casoli e Baroncini e fantini come Camici, Andreucci, Sergio Fancera. E guidavano cavalli che erano grandi rivali. L'essenza dello sport è la sfida. Qualcosa di molto americano, il testa a testa, il match tra numeri 1. Lo sport business nasce con la boxe. Borse miliardarie per stabilire sotto le lampade gialle su un ring il più forte. Il migliore. O il più grande, per dirla con Cassius Clay.
La corsa dei cavalli in Italia nella sua miglior espressione, il Gran Premio, cioè la sintesi tra qualità e tradizione era ancora una favola in un Paese che viveva il boom economico. La metamorfosi urbanistica, sociale, culturale dell'Italia accompagnata anche dalle canzoni: Mimmo Modugno con Volare nel 1958 aveva lanciato il boom che avrebbe visto tanti più alle percentuali di vendita di auto, frigoriferi, lavatrici e televisori. Quell'Italia che voleva vivere bene, oltre le polemiche politiche del centro-sinistra e l'anomalia della presenza nello scenario italiano del più forte Partito Comunista dell'occidente, al giovedì andava nei cinema per vedere in TV il sogno milionario di “Lascia o Raddoppia?” presentato da Mike Bongiorno.
 
IL CALCIO ancora non era neanche un tempo di una partita. E a giocare come in Paradiso era una squadra con la maglia rossoblù. Quel meraviglioso Bologna costruito da un tecnico colto e dalla grandissima capacità di comunicazione. Un maestro di vita e di calcio, Fulvio Bernardini. Nella cartolina della formazione del Bologna 1964/1965 si vede quel tecnico che indossava sempre il cappello (segno di eleganza e di rispetto per la situazione che oggi si è quasi smarrito) accanto al portiere. In piedi, all'estremità della fila, Janich. Accosciati da sinistra a destra l'inesauribile Perani, Giacomino Bulgarelli, la bandiera del Bologna con le sue 486 presenze dal 1958 al 1975, poi il centravanti danese Nielsen, il padrone del centrocampo, il tedesco Helmut Haller e il goleador Pascutti. Sotto i portici della Dotta si parlava solo del Bologna. E per vedere la prima pagina di Stadio si faceva la fila all'edicola appena passata la mezzanotte. Sapore di inchiostro, di olio canforato, sudore sulle maglie, chiamatela pure Italia di provincia ma non è così perchè Bologna, città di passaggio ha sempre avuto scambi internazionali a tutti i livelli, musicali, culturali, economici e sportivi. Giocà anche in Coppa dei Campioni quel Bologna scudettato. Contro l'Anderlecht. Successo per 2 a 1 al Dallara per ribaltare la sconfitta in Belgio. Alla bella dopo lo zero a zero soltanto la monetina decretò l'eliminazione dei rossoblù. Bologna campione d'Italia nel 1964 dopo due stagioni di calcio come in Paradiso.

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