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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Amarcord... Ponte Vecchio, la corsa dei campioni

FIRENZE. Birbone forte e cattivo, Tornese di bionda bellezza, Crevalcore nero e solenne, Steno elegante e concreto. In sintesi, con questi quattro assi immortali, si racconta un albo d’oro. Il libro del Ponte Vecchio, un’autentica miniera di diamanti. Gli anni Cinquanta furono un decennio importante per il trotto a Firenze. La società di corse completava il disegno architettonico delle Mulina, con la tribuna che sarebbe stata inaugurata nel 1960. Inoltre attorno al mondo delle corse si radunavano nuovi e grandi proprietari. Avere i cavalli da corsa era un vanto per gente d’élite e di estrazione facoltosa. Ecco che dichiarano i colori la scuderia Maria Luisa, il cui alfiere era Birbone; la scuderia Valserchio aveva come guidatore Vivaldo Baldi e asso da cuori il moro Crevalcore.
A Scandicci Alto decollava una formazione destinata a scrivere pagine bellissime nella nostra ippica, con la giubba biancoceleste e berretto rosso, quella della scuderia Kyra, di Oriolo, Assisi e Steno, che dominò la sua generazione, vinse il Derby e sfiorò nel 1965 il colpo della vita a New York, storia griffata dell’International Trot, il mondiale del sulky. Questi campioni e i loro grandi guidatori li ritroviamo nell’albo d’oro del Ponte Vecchio, che in quegli anni si disputava sul doppio chilometro, distanza che è ritornata di recente dopo diversi anni di accorciamento al miglio. Il triplo di Birbone caratterizzò il triennio 1951-1952-1953.
Poi irrompe Tornese, il biondo volante protagonista di ben cinque edizioni della classica gigliata. Tre vittorie e due secondi posti, l’avversario sempre lo stesso, Crevalcore, che battè quello di Brighenti in due occasioni, nel 1959 e nel 1960. Nel 1961 Tornese si prese la rivincita. Che sfide, l’Italia dell’ippica divisa come per Coppi e Bartali o negli anni Sessanta per Mazzola e Rivera. Steno vinse in quel magico per il kyriano 1965. Cinquant’anni fa vinsero Valpiana e Nello Bellei. Formidabili poi gli anni settanta della corsa fiore all’occhiello del trotto sulle rive dell’Arno. Arrivano gli americani, felici importazioni, veltri che esaltano il cronometro e rubano sospiri e applausi in tribuna.
Pomeriggi di emozioni in un ippodromo che fatica a contenere il pubblico. Si va alle corse e la partita si ascolta portandosi dietro la radiolina. I cavalli è bello vederli correre all’ippodromo. Fortunatamente non è ancora arrivata la televisione a stemperare la capacità evocativa, la forza di un live allo steccato. Wayne Eden vince il Ponte Vecchio edizione 1976, The Last Hurrah batte Atollo e Quick Hollandia, che arrivo amici nel 1978.
Ma la corsa che molti ricordano è quella del 1982, Sperlak in versione Mundial, fa un numero stratosferico quel performer potente quanto umorale. Perde una marea di metri in partenza poi recupera metro su metro, ad ogni retta si avvicina e guadagna anche in piegata. “Spostalo, Nello, gridalo dalle tribune. E l’omino con il baffo sembra sentire. Sperlak va come un treno. Vola allo steccato opposto, sul palo è primo Sperlak e quel vieni Nello è un boato come un gol allo stadio. Ha vinto Firenze, quel giorno.
Le vecchie Mulina oggi amarcord della nostra adolescenza. Sono storie in bianco e nero, un po’ di colore solo per quell’ultima cartolina di Sperlak. Che diamine, volevate che non fosse quel grande uomo e spettacolare allenatore/guidatore a mettere quel biancoceleste e rosso sulla tela di una grande corsa, entrata nei cuori della gente e che neanche l’incuria di ministeriali senz’anima possano relegare nei cassetti dell’oblio. Applausi ancora, a scena aperta, per tutti gli uomini e i cavalli che hanno fatto grande il trotto di Firenze e quella corsa che prende il nome dal Ponte piu’ bello del mondo.