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di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

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Amarcord... ''Il Cavallo'' delle grandi firme

Pensavo al Derby  e ogni anno sognavo di vivere la sua giornata di gala sulle tribune di Roma.  Nell’attesa di    quel pomeriggio, che sarebbe alfine venuto, seguivo da Milano le immagini in bianco e nero sulle Tv piazzate negli angoli più remoti di San Siro, deliziato dalle cronache di Alberto Giubilo e dalle sue note accurate nello scenario fulgente delle Capannelle:  Rio Marin,  gigante biondo, sotto il pungolo di Songkoi,  il piccolo rivale della Sila vinto dopo una retta senza respiro , perché così doveva consumarsi  quell’impari lotta tra il titano della Mantova e il campioncino di Berardelli,  Fils d’Eve emerso di slancio a punire un Asopo troppo  sicuro di sé e incauto nel muovere a precipizio verso il traguardo, e ancora Lauso, con Otello Fancera al bis, capace di frantumare le speranze di Delvin in un arrivo burrascoso sotto gli occhi di Elisabetta d’Inghilterra, con molto rumor e giudizi non meno tempestosi al rientro.
Ma Roma era lontana e irraggiungibile, era sperduta laggiù nel centro dell’Italia, un universo  che di continuo si ritraeva e mi sfuggiva, e chissà quando, sospiravo, avrei colmato quella lacuna, che mi pareva enorme, perché il Derby andava indagato, approfondito e ogni edizione perduta lasciava dentro di me una vena di rimpianto.  Arrivò anche quel giorno, era il ’63, l’anno di Braccio da Montone, il colosso della Spineta. Scoprii Roma e fu un innamoramento che ancor oggi palpita e si agita nel mio cuore, un colpo di fulmine, specie quando mi apparve  il suo campo di corse saturo di colori e di folla nel pomeriggio della classicissima. Tra le mie letture rientrava in quel periodo “il Cavallo” equivalente romano dello Sportsman. Giornale ben fatto, più completo per lo spazio di cui godeva il trotto e impreziosito da firme illustri: Enrico Canti, maestro riconosciuto per noi alle prime armi, Beppe Berti e Guido Berardelli, che affrontava con parole ardenti e il calore della sua terra i problemi già allora scottanti dell’ippica italiana.
Conobbi in seguito la redazione, il direttore Avv. Speranza, persona amabile, pieno e di attenzioni e di galanterie verso le signore, Vincenzo Galdi, il professore o  “viperetta” che divertiva con la sua rubrica condita d’ironia e di frecciate velenose, Rudy il “colonnello”, giovane rampante figlio di Vincenzo, sul ponte di comando a smistare titoli e pezzi sistemati con cura, e gli altri, lo zio di Rodolfo, Michele, tipo originale e spassoso, Sebastiani esperto di trotto, il Segretario, disponibile e pieno di entusiasmo:  un gruppo di lavoro, insomma, assai diverso dal nostro di Via Andrea Appiani, dove si fiatava appena e di scherzare nessuno sentiva il bisogno.
Serietà troppa, forse, senza motivo, mentre nelle stanze di Piazza Cinque Lune ci si dava da fare in un’atmosfera più distesa e tranquilla. Ancor più me ne accorsi in seguito quando passai anch’io al Cavallo, da Milano alla Capitale, chi l’avrebbe detto, e dunque il Derby fu davvero un momento atteso e irrinunciabile, una data segnata in rosso sul calendario che mi vedeva sempre presente, perché  da Roma ormai ero stato adottato e a quell’appuntamento non potevo mancare.