Agenzia di informazione indipendente

di Rodolfo Galdi e Marialucia Galli

Articolo completo

“A cavallo del tempo”, un omaggio al nostro doppio!

Museruola per cavallo Epoca ellenistica (IV secolo a.C) Bronzo
Museruola per cavallo Epoca ellenistica (IV secolo a.C) Bronzo

Ultimi giorni, nella settecentesca Limonaia del Giardino di Boboli, a Firenze, per immergersi nel millenario rapporto fra uomini e cavalli.
La mostra “A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’antichità al Medioevo”, che terminerà il prossimo 14 ottobre, è un omaggio al nostro compagno e al ruolo insostituibile avuto nel corso dei secoli. Nella scelta intelligente dei pezzi richiesti a musei e collezioni private in Italia e all’estero traspare il ringraziamento dovuto al cavallo, la cui domesticazione – l’ultima in ordine di tempo tra gli animali – ha mutato il corso della storia, trasformando un lento e impacciato pedone in un veloce e micidiale cavaliere. Dal giorno in cui, probabilmente nelle steppe eurasiatiche (il condizionale è d’obbligo perché sul tema insiste un acceso dibattito), l’uomo convinse il timoroso erbivoro a tollerare un predatore sulla propria schiena affidandogli il proprio destino di individuo e di specie, l’orologio accelerò in progressione geometrica. Distanze e pesi svanirono, razzie e guerre divennero fulminee, la conquista di nuove terre inevitabile, lo spostamento di intere popolazioni inarrestabile.
La mostra, a cura degli archeologi Lorenza Camin (anche appassionata donna di cavalli) e Fabrizio Paolucci, racconta questo antico rapporto attraverso una selezione di oggetti che, spesso trascurati nelle esposizioni museali a vantaggio di opere più appariscenti, narrano le sfaccettature di una relazione che coinvolgeva ogni aspetto della vita quotidiana.
Ecco, allora, che sui cento metri di sviluppo lineare della Limonaia di Zanobi del Rosso si svolge un percorso intorno a un’ideale spina, come negli antichi circhi romani, costituita da teche e opere. E sono almeno sette i giri, tanti erano quelli che bighe e quadrighe in gara dovevano compiere, che bisognerebbe percorrere per apprezzare tutti i particolari. La mostra è bella, anzi bellissima. Senza ricorrere a un numero esorbitante di pezzi – un centinaio, assai ben commentati sul catalogo edito da Sillabe, arricchito anche da originali saggi che spaziano dalla musica prodotta dai finimenti all’introduzione delle staffe, dall’etologia alle razze antiche – i curatori hanno ricostruito in modo diretto e realistico il ruolo primario del cavallo tra mito, storia e costumi, soprattutto nel mondo italico, dalla prima Età del Ferro sino a tutto il Cinquecento.
Ossa incise, pietre dipinte, manici di crateri e anfore, crani di cavalli da guerra con museruole, morsi e filetti elaborati, speroni, staffe e collari principeschi, pettorali con sonagli sciamanici, lapidi funerarie, sarcofagi e statue si susseguono mentre, sull’alta parete di sfondo, scorre una multivisione tematica ideata e diretta da Gianmarco D’Agostino.
Una colonna sonora immersiva tra nitriti e scalpitio di zoccoli accompagna il visitatore al passaggio davanti al carro di Populonia, prezioso calesse etrusco degli inizi del V secolo a.C. rinvenuto nella Fossa della Biga e ricomposto in occasione di questa mostra, al rarissimo giogo ligneo proveniente dai relitti delle navi di Pisa, alla kylix attica a figure rosse con Atena e il cavallo di Troia, oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, nella quale la dea, seduta su un trono, accarezza un animale di grandiose dimensioni ornato di tainiai niketeriai, le bende in lana rossa simbolo di vittoria.
Tra i pezzi di maggiore suggestione due crani, provenienti dal Museo Pirro Marconi, rinvenuti durante gli scavi della necropoli di Himera. Nel 480 a.C., in questa località oggi compresa nel territorio di Termini Imerese, nel Palermitano, i Siracusani sconfissero i Cartaginesi in una battaglia cruentissima e sul sito della battaglia sono state rinvenute tombe affiancate da sepolture equine, toccante onorificenza tributata ai valorosi binomi. Nei pezzi in mostra sono presenti, ancora infilate sulle barre, così come sono state rinvenute, imboccature ad anello bronzee, a conferma della presenza di mercenari ispanici nell’esercito cartaginese, come testimoniato anche da Erodoto.
Dalla morte alla vita, commoventi i cavallini su ruote, giocattoli identici a quelli attuali, tanto che viene naturale immaginare anche il bimbetto che lo tira attaccato a una cordicella. E poi capolavori come la protome di cavallo Medici Riccardi, l’urna con il mito di Ippodamia e Pelope, fino allo splendido “Cavallo impennato” alto quasi due metri, di epoca tardoclassica, che da Villa Medici a Roma giunse a Firenze insieme alle statue dei Niobidi.
La rassegna indaga così anche l’aspetto sociale e pedagogico della relazione uomo-cavallo, rapporto ancora di assoluta attualità. Attraverso la Preistoria, il mondo greco e magno greco, etrusco e venetico, l’epoca romana e il Medioevo l’animale è protagonista nell’arte, nella società e nella letteratura grazie alla sua innata bellezza e fierezza che, inevitabilmente, si irradiano anche al suo cavaliere. Al punto da creare un tutt’uno quasi inscindibile, come spiega Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, commentando un raffinatissimo manufatto esposto: «L’intero concetto di questa mostra è sintetizzato in una splendida coppia di frontali in bronzo e avorio, del IV secolo a. C., destinati a proteggere il muso del cavallo. Il perimetro della lamina sagomata e decorata a sbalzo ne segue l’anatomia allungata, ma al suo interno, invece di una fisionomia equina, racchiude le sembianze di un volto umano con un elmo sul capo. Cavallo e cavaliere diventano una cosa sola».
Ed è questo il cuore della mostra, al di là delle meraviglie esposte, delle disquisizioni sagge, dell’arte e dei ritrovamenti preziosi. La rassegna – e chi ha la fortuna di trovare Lorenza Camin a condurre la visita guidata ne coglierà perfettamente il senso – è l’intreccio delle vite tra l’uomo e il cavallo. Compagni in pace e in guerra, indispensabili l’uno all’altro, quasi simbionti. E se la storia ci scorre tra le dita, il mistero profondo di questo legame permane oggi come allora. Alla Limonaia bisogna andare dunque non solamente per interesse culturale ma per trovare rinnovati stimoli sui quali riflettere.
Il Dipartimento Scuola e Giovani delle Gallerie degli Uffizi ha concepito un programma anche per i bambini e sono numerose anche le attività volte a garantire l’accessibilità della mostra a sordi e ciechi, in stretta collaborazione con il dipartimento di Mediazione culturale e Accessibilità. Nei mesi estivi, in collaborazione con l’associazione Cavallo Ambiente di Firenze, è stato inoltre realizzato un laboratorio di avvicinamento al cavallo grazie alla presenza di Bazica, una docilissima Avelignese che i bambini hanno potuto accarezzare e accudire sotto la guida di operatori specializzati.
La relazione tra cavallo e cavaliere è un tema centrale anche di Fritz König, le cui grandi opere in bronzo sono installate nel Giardino di Boboli. Conclusa la mostra, una passeggiata per i viali alberati, le fontane e i giardini consentirà di elaborare ancora meglio la gratitudine verso il nostro doppio a quattro gambe. Chi scegliesse per la visita domenica 7 ottobre potrà ammirare anche la cavalcata storica mentre ai più piccoli è dedicato un laboratorio sull’arte cavalleresca.